Chi segue un po' questo blog lo sa.
Tra le mie passionacce c'è da sempre stata la radio.
Periodicamente torno a parlarne, ma oggi devo farlo con un po' di tristezza nel cuore.
Quella tristezza che viene dalla percezione di un impoverimento, di una perdita di posizioni guadagnate faticosamente, di un arretramento di fronte all'innovazione e alla creatività, che nella radio sono tutto (e non solo nel mio modesto parere di ascoltatrice).
Quella sensazione da cui nasce l'amara consapevolezza che certi meccanismi che ingenuamente credevo radicati in modo meno tenace e pervasivo alla radio rispetto alla televisione.
Che cosa mi fa dire tutto questo?
Due notizie apprese di recente.
La prima darebbe per in uscita dal palinsesto di
radio2 l'ormai quasi storica trasmissione
Condor diretta da
Luca Sofri e
Matteo Bordone. Ammetto di non aver mai molto seguito la trasmissione, i due conduttori li conosco più come blogger (miei pochi fedeli lettori, devo aggiungere qualcosa sulla mia adorazione, anzi direi "venerazione", per Bordone? No, ecco, direi di no, vi ho massacrato già a sufficienza con le mie sbrodolate su di lui, il suo blog, la tendenziale identità di vedute su un sacco di temi etc.) e ascoltavo più Dispenser quando lo conduceva Bordone (e l'avvento dell' era del podcast ha cambiato poco da questo punto di vista).
Ma in ogni caso, per quello che conosco della programmazione di Radio2 è innegabile che Condor rappresentasse una piccola anomalia, un tentativo di uscire un po' dal semplice intrattenimento e di conquistare un target diverso da quello delle radio commerciali e al contempo anche diverso da quello delle altre trasmissioni storiche di radio2 (blackout per esempio…).
Ecco, quel modo di fare radio "diverso" (che qualcuno potrà trovare snob, fighetto, finto-alternativo… ma che catturava un'esigenza del pubblico, dato il seguito che ha raccolto) apparentemente non è valutato tale dai (nuovi…) vertici rai.
La seconda notizia è la chiusura de
"La Fabbrica di Polli", un gioiello radiofonico ormai giunto alla quarta edizione, prodotto e realizzato dall'
Istituto Barlumen e trasmessa sulle frequenze di radio3 fino allo scorso giugno.
Farà probabilmente meno scalpore ma è secondo me più grave e più triste.
Più grave e più triste perché riguarda l'Istituto Barlumen (anche in questo caso, è necessario che ribadisca la mia sconfinata ammirazione per il loro lavoro? Rileggetevi un paio di cose che ho scritto su di loro:
1 e
2) e anche e soprattutto perchè riguarda
radio3, che io ho sempre considerato una radio che osava, facendo cultura, cercando continuamente di trovare una difficilissima mediazione tra approfondimento, intrattenimento, divulgazione e informazione.
Una rete che, almeno fino a qualche tempo fa, dava la sensazione di inseguire una sua originale forma di eccellenza e che difficoltosamente provava a trovare il modo di non arretrare di fronte a sfide difficili e a modernizzare il modo di fare radio.
Radio3 è la rete in cui si fa il Teatro alla Radio, in cui la Barcaccia, una trasmissione (a suo modo folle e geniale) per veri feticisti dell'Opera lirica va avanti da anni ad un orario di punta (intorno all'ora di pranzo), è la rete che dedica ogni giorno ore del proprio palinsesto al'informazione internazionale (radio3mondo non ha nulla da invidiare quanto ad accuratezza ed approfondimento alle radio di informazione estere), in cui si parla di religioni (tutte), di politica, di letteratura, di musica (tutta, svecchiandosi dai tabù e dalle classificazioni, più di quanto non si creda).
Per me, che sono pigra e che ho bisogno che gli stimoli mi arrivino nel modo "giusto", radio3 è sempre stata una rete dalla quale imparare.
Quando l'Istituto Barlumen (alias Gaetano Cappa e Marco Drago) è sbarcato con la sua follia ricercata e intelligente su Radio3, per me allora "giovane ascoltatrice" (se non vado errato si parla del 2000 o del 2001) in cerca di qualcosa che la "scuotesse" è, in un certo senso, cambiato il modo di vivere la radio, e sono sicura di non essere la sola ad averla vissuta così.
Non sono solo l'innegabile "affetto" della fan e il legame, in parte anche personale, instauratosi nel tempo con Barlumen a farmi parlare, ma il suo oggettivo valore.
Quelle trasmissioni, tutte quante, hanno creato un "mondo" che non esisteva e l'hanno reso "reale", plausibile perfino negli aspetti più paradossali (un esempio:
la storia di Leon Country) e familiare per tutti i loro ascoltatori e incredibilmente ricco, con i suoi luoghi, i suoi personaggi, e tutti elementi che lo popolano.
Sempre sul confine tra il reale e l'immaginario, tra la narrazione, la metafora e la burla, sono state e sono tutt'ora trasmissioni innovative che non hanno, che io sappia, alcun analogo nel panorama radiofonico (e anche televisivo direi) italiano.
E tutto questo "solo" con l'uso delle parole (testi al contempo divertentissimi e intelligenti), della musica (scelta in modo mai banale e che assume un ruolo da protagonista e mai da riempitivo) e dei suoni (usati in modo sempre insolito, attento, anche dissacrante) .
Vedere uscire (solo temporaneamente, si spera) questo seme di grande creatività e di originalità senza compromessi, dal palinsesto di radio3, proprio dove aveva maggiormente trovato spazio e modo di esprimersi, significa assistere ad un passo indietro che rattrista, una perdita di coraggio, una battuta d'arresto di un processo di innovazione che, specie dove si fa cultura, non dovrebbe fermarsi mai, una mano di grigio dove prima c'era il colore.
E così, fedele alla sua natura, anche nel chudere, la Fabbrica di Polli mantiene il suo carico di simbolismo.
Il segno di una crisi forse più grave di quella economica, una crisi di idee, di coraggio, di fantasia.
Avete presente "una banda di idioti"? Dimenticatelo.
Fin dalle prime pagine di questo libro si entra in un altro mondo, in un'altra America.
"La bibbia al neon" è un grande classico misconosciuto.
La piccola storia personale di un bambino nella piu' remota provincia americana diventa anche il modo per raccontare un paese alla ricerca di sè stesso a cavallo della seconda guerra mondiale.
C'è tutto il mondo in quella cittadina.
C'è spazio per tutto.
Soprattutto per tutte le piccolezze e le miserie dell'essere umano.
E per piccoli illusori momenti di bellezza.
Finchè un treno non ci porta via dall'orrore.
Altrove.