11 novembre 2009

Personalità Tardoadolescenziali Sconosciute


Mai dire mai.

Sono bastate quarantotto ore con "le ragazze" lo scorso weekend per perdere delle certezze.

Ho scoperto che dentro di me c'è una tizia che non conoscevo e che non mi sta nemmeno antipatica come avrei potuto pensare che ha delle amiche (sì, femmine) con le quali può passare del tempo divertendosi anche se sono più di una per volta, che ha una vena cazzara mica da ridere (ma ha ancora parecchio da imparare), a cui piace girare per negozi a provare scarpe e vestiti e a consigliare le altre amiche, e che porta con disinvoltura lo smalto Chanel Rogue Fire e pensa che non potrà più fare a meno della manicure.

Quella stessa questa mattina si è alzata e ha esclamato: "Cazzo mi si è scheggiato il mignolo!" e si è messa a canticchiare "Fuck you very much" con la disinvoltura di una sedicenne.

Poi però, visto che mi è simpatica ma è anche un po' invadente, con il suo carico di sacchetti dello shopping, trucchi e lime per le unghie, l'ho messa a passare l'aspirapolvere e lavare il bagno.

Se aguzzo un attimo l'orecchio la sento ancora canticchiare.
Ma le voglio bene lo stesso.



06 novembre 2009

Lost in FriendFeed (for a week)

Cercare gli amici, farsi trovare dagli sconosciuti, iscriversi, commentare, apprezzare, leggere, seguire i consigli, non seguirli. Guardare la TV senza guardarla, Belpietro e i trans a Matrix, Povia da Vespa, perdersi X factor, simpatici e antipatici, fighi e sfigati, bloggers e non, bloggers che non lo erano, Luca Bizzari vestito da scarafaggio, nomi storpiati, Obama in posa.
In tutto questo i crocifissi restano nelle aule di scuola e Di pietro ci racconta la sua versione della vita di Gesù.

E se fossi veramente 2.0 vi metterei anche tutti i link al posto giusto.
Ma sono pigra.
Quindi no.

Tranne questo qui (ma c'è conflitto di interessi).

01 novembre 2009

Buonanotte Alda

Il mio passato
di Alda Merini
Spesso ripeto sottovoce
che si deve vivere di ricordi solo
quando mi sono rimasti pochi giorni.
Quello che e’ passato
e’ come se non ci fosse mai stato.
Il passato e’ un laccio che
stringe la gola alla mia mente
e toglie energie per affrontare il mio presente.
Il passato e’ solo fumo
di chi non ha vissuto.
Quello che ho gia’ visto
non conta piu’ niente.
Il passato ed il futuro
non sono realta’ ma solo effimere illusioni.
Devo liberarmi del tempo
e vivere il presente giacche’ non esiste altro tempo
che questo meraviglioso istante.

30 ottobre 2009

Accept the mistery (la via dei fratelli Coen alla verità?)



“Accept the mistery”.
Questa frase rappresenta una delle possibili sintesi dell’ultimo impeccabile film dei fratelli Coen “ A serious man”.

Ed è sorprendente perché viene pronunciata dal personaggio sbagliato nel momento e nel contesto meno opportuni, tanto che si rischia di non coglierne il valore.

Midwest – 1967.
Larry Gopnik è un uomo come tanti, con una vita normale e regolare, una moglie, due figli, un lavoro da professore che sembra piacergli, e come può succedere a tanti passa un periodo in cui ogni cosa nella sua vita sembra andare in pezzi.
E’ un uomo come tanti le cui sicurezze vacillano tutte insieme.
E’ un uomo che cerca di essere “a serious man”, ma la vita non glielo consente, drammaticamente ridicola come può essere.

La moglie gli annuncia di volere il divorzio per risposarsi con un altro uomo (l’inspiegabile – non mi viene in mente un altro aggettivo - Sy Ableman) e finisce col mandarlo via dalla sua stessa casa per vivere in un motel, il suo vicino di casa lo ignora in un modo arrogante ed inquietante, la sua carriera universitaria sembra essere messa in discussione da misteriose lettere diffamatorie, uno studente sud coreano scontento lo mette in una situazione molto difficile dal punto di vista etico, suo fratello (una specie di incomprensibile genio dell’astrofisica e della matematica) non fa che dargli dei gratta capi, i suoi figli adolescenti sono preoccupati solo delle loro piccole miserie e lui osserva disperato e disarmato il suo mondo andare in pezzi senza aspettarselo, senza capirne il perché, senza riuscire a reagire (e soprattutto, senza “aver fatto niente”).

Da bravo ebreo praticante (pur essendo uno scienziato) cerca aiuto e rifugio nella fede, o meglio, nella saggezza di chi più di lui dovrebbe conoscere le cose della vita e saperne interpretare il significato e chiede il consiglio del rabbino.

Ma la verità, che in fondo tutti noi conosciamo – che siamo credenti o no – è che non c’è una verità, che non esistono le risposte a quelle domande.
La risposta è che non c’è risposta, che bisogna “accettare il mistero”, capire che non c’è spiegazione al perché la vita può essere (e spesso è) crudele, dolorosa e drammaticamente disordinata.
La vera saggezza forse tutta qui, nel lasciarsi andare ad accettare il mistero.

O forse no.

L’altro leit motiv del film* è proprio il continuo giustificarsi e difendersi (o anche solo “descriversi”) dicendo “non ho fatto niente”, quasi come se questo rendesse immuni dai problemi.
E invece non è così, il matrimonio finisce lo stesso, quelli del club del disco vogliono comunque essere pagati, le valutazioni per l’assegnazione delle cattedre vengono comunque svolte, i poliziotti ti arrestano lo stesso.
Anzi forse il “non fare niente”, l’apatia fatalista, potrebbe essere la più grande colpa (in questo il prologo potrebbe rappresentare una chiave di lettura importante).

Ancora una volta non c’è una risposta.

Tutto questo è però raccontato in puro stile Coen.
Grande recitazione, mai sopra le righe, ma incisiva.
Personaggi contemporaneamente grotteschi ma del tutto realistici (Sy nella sua lentezza, nella sua bruttezza, nella sua noia).
Situazioni buffe e commoventi (ad esempio la scena del bar mitzvah del figlio), surreali e plausibili (la conversazione con il padre dell’allievo).
Simbolismi più o meno evidenti (evocati, ma apparentemente mai “seriamente”).
Forse uno dei loro film più riusciti, nella sua (apparente) semplicità.

E quando tutto sembra cominciare a risolversi per il meglio…

Non aggiungo altro, se non che sarà nei cinema italiani dal 4 dicembre e il consiglio di non perderlo.



*menzione speciale al mio amico Mago per avermelo fatto notare già a “caldo” appena finito il film (tra l’altro devo a lui l’aver saputo dell’opportunità di vedere il film in anteprima grazie a degli inviti messi a disposizione dalla Fnac).

Fabbriche che chiudono anche alla radio (Tarek in cassa integrazione)



Chi segue un po' questo blog lo sa.
Tra le mie passionacce c'è da sempre stata la radio.
Periodicamente torno a parlarne, ma oggi devo farlo con un po' di tristezza nel cuore.
Quella tristezza che viene dalla percezione di un impoverimento, di una perdita di posizioni guadagnate faticosamente, di un arretramento di fronte all'innovazione e alla creatività, che nella radio sono tutto (e non solo nel mio modesto parere di ascoltatrice).
Quella sensazione da cui nasce l'amara consapevolezza che certi meccanismi che ingenuamente credevo radicati in modo meno tenace e pervasivo alla radio rispetto alla televisione.

Che cosa mi fa dire tutto questo?

Due notizie apprese di recente.

La prima darebbe per in uscita dal palinsesto di radio2 l'ormai quasi storica trasmissione Condor diretta da Luca Sofri e Matteo Bordone. Ammetto di non aver mai molto seguito la trasmissione, i due conduttori li conosco più come blogger (miei pochi fedeli lettori, devo aggiungere qualcosa sulla mia adorazione, anzi direi "venerazione", per Bordone? No, ecco, direi di no, vi ho massacrato già a sufficienza con le mie sbrodolate su di lui, il suo blog, la tendenziale identità di vedute su un sacco di temi etc.) e ascoltavo più Dispenser quando lo conduceva Bordone (e l'avvento dell' era del podcast ha cambiato poco da questo punto di vista).
Ma in ogni caso, per quello che conosco della programmazione di Radio2 è innegabile che Condor rappresentasse una piccola anomalia, un tentativo di uscire un po' dal semplice intrattenimento e di conquistare un target diverso da quello delle radio commerciali e al contempo anche diverso da quello delle altre trasmissioni storiche di radio2 (blackout per esempio…).
Ecco, quel modo di fare radio "diverso" (che qualcuno potrà trovare snob, fighetto, finto-alternativo… ma che catturava un'esigenza del pubblico, dato il seguito che ha raccolto) apparentemente non è valutato tale dai (nuovi…) vertici rai.

La seconda notizia è la chiusura de "La Fabbrica di Polli", un gioiello radiofonico ormai giunto alla quarta edizione, prodotto e realizzato dall'Istituto Barlumen e trasmessa sulle frequenze di radio3 fino allo scorso giugno.
Farà probabilmente meno scalpore ma è secondo me più grave e più triste.
Più grave e più triste perché riguarda l'Istituto Barlumen (anche in questo caso, è necessario che ribadisca la mia sconfinata ammirazione per il loro lavoro? Rileggetevi un paio di cose che ho scritto su di loro: 1 e 2) e anche e soprattutto perchè riguarda radio3, che io ho sempre considerato una radio che osava, facendo cultura, cercando continuamente di trovare una difficilissima mediazione tra approfondimento, intrattenimento, divulgazione e informazione.

Una rete che, almeno fino a qualche tempo fa, dava la sensazione di inseguire una sua originale forma di eccellenza e che difficoltosamente provava a trovare il modo di non arretrare di fronte a sfide difficili e a modernizzare il modo di fare radio.
Radio3 è la rete in cui si fa il Teatro alla Radio, in cui la Barcaccia, una trasmissione (a suo modo folle e geniale) per veri feticisti dell'Opera lirica va avanti da anni ad un orario di punta (intorno all'ora di pranzo), è la rete che dedica ogni giorno ore del proprio palinsesto al'informazione internazionale (radio3mondo non ha nulla da invidiare quanto ad accuratezza ed approfondimento alle radio di informazione estere), in cui si parla di religioni (tutte), di politica, di letteratura, di musica (tutta, svecchiandosi dai tabù e dalle classificazioni, più di quanto non si creda).
Per me, che sono pigra e che ho bisogno che gli stimoli mi arrivino nel modo "giusto", radio3 è sempre stata una rete dalla quale imparare.

Quando l'Istituto Barlumen (alias Gaetano Cappa e Marco Drago) è sbarcato con la sua follia ricercata e intelligente su Radio3, per me allora "giovane ascoltatrice" (se non vado errato si parla del 2000 o del 2001) in cerca di qualcosa che la "scuotesse" è, in un certo senso, cambiato il modo di vivere la radio, e sono sicura di non essere la sola ad averla vissuta così.
Non sono solo l'innegabile "affetto" della fan e il legame, in parte anche personale, instauratosi nel tempo con Barlumen a farmi parlare, ma il suo oggettivo valore.
Quelle trasmissioni, tutte quante, hanno creato un "mondo" che non esisteva e l'hanno reso "reale", plausibile perfino negli aspetti più paradossali (un esempio: la storia di Leon Country) e familiare per tutti i loro ascoltatori e incredibilmente ricco, con i suoi luoghi, i suoi personaggi, e tutti elementi che lo popolano.
Sempre sul confine tra il reale e l'immaginario, tra la narrazione, la metafora e la burla, sono state e sono tutt'ora trasmissioni innovative che non hanno, che io sappia, alcun analogo nel panorama radiofonico (e anche televisivo direi) italiano.
E tutto questo "solo" con l'uso delle parole (testi al contempo divertentissimi e intelligenti), della musica (scelta in modo mai banale e che assume un ruolo da protagonista e mai da riempitivo) e dei suoni (usati in modo sempre insolito, attento, anche dissacrante) .

Vedere uscire (solo temporaneamente, si spera) questo seme di grande creatività e di originalità senza compromessi, dal palinsesto di radio3, proprio dove aveva maggiormente trovato spazio e modo di esprimersi, significa assistere ad un passo indietro che rattrista, una perdita di coraggio, una battuta d'arresto di un processo di innovazione che, specie dove si fa cultura, non dovrebbe fermarsi mai, una mano di grigio dove prima c'era il colore.

E così, fedele alla sua natura, anche nel chudere, la Fabbrica di Polli mantiene il suo carico di simbolismo.
Il segno di una crisi forse più grave di quella economica, una crisi di idee, di coraggio, di fantasia.

21 ottobre 2009

Analfabetismo emotivo di ritorno




Ci sono cose che a scuola non insegnano e presto o tardi tutti si accorgono che sono indispensabili, quanto saper leggere e scrivere e far di conto.

Ci sono cose che molti non imparano mai restando per sempre inadatti a vivere, senza gli strumenti per capire gli altri e sè stessi, disarmati di fronte al mondo.
Ci sono cose che solo crescendo si riescono ad imparare.
Nel frattempo sono solo bocciature, una dietro l'altra, finchè la lezione non è appresa.

A volte vorrei solo smettere di essere un'irrecuperabile ripetente.

15 ottobre 2009

Altro che Sex&The City

More about Broderies


L'Association è una casa editrice che pubblica in Francia fumetti bellissimi e un po' "alternativi", una specie di "Coconino Press" Francese.
Tra gli altri l'Association pubblica tutte le graphic novel di Marjane Satrapi (quella di Persepolis).
Girellando in una fumetteria vicino alla Sorbonne mi è caduto in mano questo "Broderies" che è un agile volumetto con il quale la Satrapi torna all'autobiografismo di Persepolis per concentrarsi su un tema in particolare, quello del rapporto tra le donne iraniane, il sesso e le convenzioni sociali.
Alla fine del pranzo le donne della famiglia si riuniscono attorno ad una tazza di tè e parlano, e si raccontano storie di donne, vicende di vita vissuta o sentita raccontare. Ne viene fuori un quadro quasi sorprendente, fatto di una notevole consapevolezza e disinvoltura nel parlare di certi argomenti, ma anche un mondo in cui le convenzioni sociali, culturali e religiose sono ancora molto radicate, in cui le donne non solo non sono libere di vivere la propria vita sentimentale e sessuale come quella di un uomo, ma non riescono spesso a liberarsi da quelle convinzioni (la perdita della verginità prima del matrimonio, essere divorziata etc.).
Ma le donne che racconta Marjane Satrapi sono per lo più donne forti e consapevoli, ancor più forti e indipendenti perchè hanno dovuto lottare per acquisire quella consapevolezza e coscienza di sè più di qualsiasi sgallettata pseudotrasgressiva di Manhattan la cui maggiore presa di coscienza è consistita nell'ordinare un Cosmopolitan e fingere di non sognare il principe azzurro e il matrimonio delle favole.
Broderies, il titolo, ha un significato molteplice.
"Broderies" sono i ricami, le decorazioni e possiamo vedere come tali le chiacchiere e le storie che passano da un personaggio all'altro come una specie di ricamo orale, fatto di confidenze, pettegolezzi, consigli.
Ma con "broderie" si intende anche l'operazione a cui alcune ragazze iraniane si sottopongono per riavere la verginità perduta e potersi quindi sposare senza rischi.
Un segno dei tempi che cambiano ma non abbastanza e dell'ipocrisia che certe convinzioni si portano dietro.
Bello, divertente, appassionante, molto al femminile, ma nel modo che piace a me, non forzosamente femminista.

14 ottobre 2009

...e io non ho niente da mettermi

Domani c'è il Blog Action Day sul cambiamento climatico, e non ho ancora pensato a cosa scrivere!

Bil's tales




Bil è un tipo certo originale. Se ne va in giro con i suoi grandi sacchetti pieni di tutto, con i suoi libri e i suoi fogli. Zoppica un po' e per camminargli accanto devi rallentare, mettere un freno al tuo passo da giovanotta di città e ascoltarlo parlare.

Perchè Bil ne sa di cose, ne ha visto di mondo, ne ha conosciute di persone. Dietro la sua parvenza di innocuo ometto di mezza età c'è una vita passata a vivere intensamente, dietro queli occhiali lo sguardo di un uomo curioso, dietro la sua logorrea la passione del raccontare.

E' un tipo strano Bil. La sua vita lo porta a incontrare un sacco di gente e di tutti e con tutti riesce a parlare di qualcosa. E mentre sembra che si occupi di altro, in realtà, ti sta studiando, ti sta cercando di conoscere, di capirti un po'.

Da Bil si impara tanto, e non solo quando ti vuole insegnare. Anzi si impara da lui soprattutto se sai ascoltare i suoi racconti, se sai vedere le sue emozioni dietro la sua aria sempre scherzosa, se sai viaggiare con lui per il mondo attraverso i suoi ricordi, se sai camminare con lui per la città solo a sentirgli evocare una strada, una piazza, un giardino.

E Bil ha occhio. Perchè gli piacciono le persone. E sa conquistarle, sa farsele amiche e dare loro, in un lampo, quello di cui hanno bisogno e nemmeno lo sanno. Una parola di interessamento, un gesto gentile, un consiglio, un complimento inatteso.

Ti fa da mamma, da confidente, da psicologo e questo solo perchè sei stata un po' taciturna.
Come niente ti ritrovi a raccontargli i fatti tuoi sulla metro che ti porta a casa, mangiando il dolce al cioccolato che lui ti ha comprato nella pasticceria cinese dove, ovviamente, conosce tutti.

A volte ne succedono di cose inaspettate!
Ti iscrivi ad un corso di francese, più per uscire di casa che per altro. Ci vai speranzosa, ma senza farti troppe illusioni, schiacciata come sei dalla tua inossidabile lucidità. E quello che ci trovi è quello che non ti aspetti. Un gruppo eterogeneo ma al contempo ben assortito di persone, unito per due volte la settimana da un'esperienza comune e in qualche modo unica e originale.

Perchè dietro la cattedra non c'è un prof come unaltro.
Dietro la cattedra c'è Bil e l'aula, per due ore si trasforma nel suo mondo multicolore.

05 ottobre 2009

Baarìan Pride II - Il Film (Baarìa, per chi avesse vissuto su marte negli ultimi 2 mesi)



E lo dovevo pur vedere no, sto film?
E posso non parlarne qui? eh no, mi tocca (e vi tocca).

Dunque iniziamo dalle cose importanti.
Lo dichiaro pubblicamente: Francesco Scianna (quel gran pezzo di ragazzo) non è mio parente, nemmeno alla lontana. Niente, nessun legame, sono altri Scianna.
E mi vien da dire purtroppo, perchè un lontano cugino così e le insopportabili riunioni di famiglia avrebbero acquisito un senso (senza nulla togliere ai miei meravigliosi cuginetti che però non sono del lato Scianna e quindi non contano) quando tutti sanno che un senso non ce l'hanno.

Ah, se a qualcuno fosse venuto il dubbio, il fotografo giornalista impersonato in un paio di scene da Raoul Bova (eh, lo so, due strafighi nelle prime dieci righe,un mezzuccio per attirare il pubblico femminile, che tocca fa' per portare avanti un blog...) non è il mio parente prossimo fotografo di fama, per due ragioni fondamentali, una anagrafica (all'epoca in cui si svolgono i fatti era troppo giovane e poi il personaggio è palesemente forestiero) e l'altra estetica (capite da soli).

Invece il salumiere-poeta-comunista (o poeta-comunista-salumiere) a cui i fascisti rompono il negozio e che legge le sue poesie ai comizi del PCI è Ignazio Buttitta, grande poeta dialettale bagherese piuttosto noto (di cui ho pubblicato di recente due poesie, l'ultima è proprio quella citata nel film di Tornatore), nonchè mio prozio(ma purtroppo acquisito, quindi io di poesia, purtroppo, niente...peccato).

Fine o quasi delle note autobiografiche.
E parliamo un po' del film.

E' Baarìa un "Capolavoro"?
No.
E' solo una pacchianata retorica e piena di smielato amarcord?
Nemmeno.

Il trailer un po' inganna.

E'una storia.
La storia di un uomo onesto ed idealista, in un'epoca e in un luogo in cui essere così era l'eccezione.
Ed è la storia di un padre e di un figlio. La storia di Giuseppe Tornatore,della sua famiglia, la storia che lui voleva raccontare.
Sotto, dietro, intorno, sopra, c'è la storia di una terra, di un paese e del nostro Paese. C'è una testimonianza di come era la Sicilia degli anni '40, di quanto più vicina al XIX che al XX secolo, fosse e di come è cambiata, di come è stata saccheggiata, deturpata, svilita. Ma è sotto, dietro, sopra, intorno. la Storia non è la protagonista.
Protagonisti sono i bagheresi, nemmeno il paese di Bagheria, chè un paese lo fanno i suoi paesani.
E quei bagheresi sono quelli che Tornatore ha conosciuto ma anche e soprattutto quelli che gli hanno raccontato, come li hanno raccontati ai miei genitori e come loro li hanno raccontati a me.
La Mafia che c'è, ma non la vedi, se non la vuoi vedere, esattamente com'era e com'è oggi a Bagheria.
L'arroganza dei potenti con i più deboli e l'eccezionalità della protesta.
La dignità nella povertà.
I mostri di pietra e i mostri umani.
C'è una storia d'amore (vera!), c'è l'impegno politico, c'è l'amore per la famiglia, la furbizia della disperazione, c'è la risata a denti stretti, e la comicità sguaiata, quella che scatena una risata scomposta, come lo è la risata baariota, grassa, volgare e a volte umiliante.
C'è la vita di provincia (il tema decisamente ultimamente ricorre), dove tutti si conoscono, dove ciascuno è persona e personaggio allo stesso momento (Ignazio u poeta, Pippino u comunista e così via)in un'epoca in cui teoricamente essere controcorrente doveva essere più difficile e in cui però c'era appartenenza ad una comunità, comunque fosse.

Certo che non mancano le pacchianate tornatoriane, pacchianate inequivocabilmente nel suo stile e inevitabili da parte di un Baarioto d.o.c. Non chiedete ad un bagherese il minimalismo. Non sa cosa sia.

L'uso di una fotografia eccessiva, un po' finta e un po' troppo patinata (la luce no, la luce è "quella", è LA LUCE che fa della Sicilia un posto diverso dal resto d'Italia, che la rende più Africana che Europea, mica per niente è stato girato per lo più in Tunisia, e non per caso Tornatore inizia come fotografo...).
L'abuso ingiustificabile della musica (peraltro non indimenticabile) di Morricone.
Sembra di essere in una pubblicità della Barilla troppo spesso...
La scena, verso la fine, in cui il padre si immagina rincorrere il treno di suo figlio alla stazione di Palermo, una sbrodolata imbarazzante.
Alcuni momenti surreali e onirici belli ma che si fa fatica a conciliare con il resto dello spirito del film, piuttosto realista nel suo complesso, e piuttosto classico nel modo di raccontare (compreso il finale, bello nel complesso ma indicibilmente retorico).
La scena della morte di Cicco (il padre di Peppino, il protagonista) tirata allo spasimo per strappare la lacrima (riuscendoci, accidenti).
E nel complesso l'idea di dedicare 2h e 30 minuti di film ad una storia molto intima e molto personale ma dipinta con le tinte del colossal (vedi per esempio le scene di massa di occupazione dei latifondi per la riforma agraria etc.).

Ma è anche un film molto onesto.
E' onesto nelle intenzioni. Nel non voler essere un affresco storico, ma solo il racconto di un posto e delle persone che ci hanno vissuto per una quarantina d'anni, senza esempi, nè simboli, solo storie e persone.
E' onesto nel raccontare quel pezzetto di storia della Sicilia senza dare al paese un ruolo che non ha avuto, cioè di protagonista, ma dandogli quello di vittima di quella storia (la scena dell'assessore all'urbanistica cieco che mette letteralmente le "mani sulla città" toccando il plastico di un progetto urbanistico rende grottescamente l'idea ed è allo stesso tempo Rosi e Bellocchio - ora che ho detto questa,Peppuccio me lo fai un regalo?).
E' onesto nell'essere spudoratamente il racconto esaltato di un figlio ammirato nei confronti del proprio padre, una specie di agiografia, ma grondante affetto e ammirazione eppure senza sbavature (se non quelle citate che in 2 ore e passa di film sono fin poche, trattandosi di Tornatore che parla del proprio paese).
E' onesto nel descrivere i Bagheresi. Che sono proprio così. Sguaiati e volgari ma anche con uno spirito sottile, con la battuta pronta e tagliente e con il gusto del paradosso (la scena in cui il fratello di Peppino, Nino, entra in farmacia è un esempio tra mille che si potrebbero fare ed è assolutamente realistica).

Apprezzabile poi la scelta di affidare agli attori più famosi parti relativamente minori o addirittura veri e propri camei (Leo Gullotta per esempio o Lo Cascio... va be'. lasciamo stare la Bellucci... che va be'... è presene con il seno destro, la nuca e la spalla sinistra...).
E comunque ottima la recitazione di tutti (menzione speciale per Lina Sastri).
Aver visto il film in "lingua originale", cioè in dialetto siciliano (anzi, in dialetto bagherese, come dimostra il fatto che ho capito ogni parola e ogni battutta) ha certamente contribuito al piacere della visione e a creare complicità con i personaggi e con il regista stesso, come a dire "noi sì che ci capiamo".

E qui entriamo nel "personale", nel perchè, nel complesso, a me il film è piaciuto.
Tutti motivi per cui un non bagherese (per quanto io lo sia d'origine e sia una rinnegata degenere)non ha motivo di apprezzarlo e che mi fanno essere cauta nel lanciarmi in grandi lodi a questo film.
Perchè a me almeno la domanda è sorta spontanea: "Ma a uno che con Bagheria non ha niente a che vedere, che gliene frega di 'sto film?"

Risentire espressioni, modi di dire, intercalare, cadenze che non risentivo da tempo, vedere così come dovevano essere ai tempi in cui mia madre era bambina o ragazza i posti di cui mi ha raccontato (per esempio lo stabilimento balneare).
Questo, dal punto di vista personale è stato un grande immenso regalo.

Per esempio ha messo portato sul grande schermo uno dei miei cavalli di battaglia di conversazione.
Ad un certo punto c'è un venditore ambulante che vende penne urla "Tutti scrivono, 3 penne 100 lire".
Questa stessa frase, proprio ripresa da quello stesso venditore ambulante, è diventata nella mia famiglia un modo di dire, un vero pezzo di lessico famigliare.
La utilizziamo da decenni per stroncare le velleità letterarie di personaggi con tutta evidenza non adatti a quel mestiere, per dire che proprio tutti possono scrivere.
"Hai visto che anche Tizia ha scritto un libro?"
"Eh... Tutti scrivono, 3 penne 100 lire"

E ancora ha ricordato che Guttuso era bagherese, ha ricordato Ignazio Buttita, ha mostrato come era il "Paese delle Ville" e come è ridotto oggi.

Un'ultima bella idea è sui titoli di coda.
Tornatore ha ripreso dei suoi vecchi video, i primi filmati che ha fatto da ragazzo e li ha montati con frasi pronunciate da bagheresi, illustri e non. Le voci "vere" (per esempio si può sentire quella di Ignazio Buttitta che recita un pezzo di una sua poesia, con quella sua voce al contempo tonante e dolce che ricordo dall'infanzia) e le immagini vere del paese, delle persone.

Insomma in sintesi.
A me è piaciuto, perchè si ride, si piange e si pensa anche un po', ma attenzione, io puru baariota sugnu, nsutta nsutta...

E a voi che non lo siete invece l'avete visto? vi è piaciuto? lo vedrete?






04 ottobre 2009

Baarìan Pride.

PARRU CU TIA - Ignazio Buttitta


Parru cu tia,
to è la curpa;
cu tia, mmenzu sta fudda
chi fai l'indifferenti
ntra na fumata e n'autra di pipa
chi pari ciminera
sutta di sta pampera
di la coppula vecchia e cinnirusa.

Parru cu tia,
to è la curpa..
Guardatilu chi facci!
La purpa supra l'ossa un àvi tracci
ci la sucau lu vermi di la fami;
e la mammana
ci addutau ddu jornu
chi lu scippò di mmenzu a li muddami:
pani e cipudda.

Parru cu tia,
to è la curpa
si porti lu sidduni
e un ti lamenti;
si lu patruni, strincennu li denti
cu lu marruggiu mmanu e la capizza
t’arrimoodda li corna e ti l'aggrizza,
ti smancia li garruna,
ti fudda ntra li cianchi purpittuna,
t’ammacca ossa e spaddi,
ti sfricunia li caddi,
ti scorcia li custani,
ti spurpa comu un cani,
e supra la to carogna
ci sputa e ti svirgogna.

Parru cu tia,
to è la curpa.
Ti dici lu parrinu:
(li beni di lu munnu
su fàusi
e murtali
ca ddà supra tutti scàusi
arrivamu
e tutti aguali);
e tu ci cridi
e cali la tistazza
cornu na pecura pazza,
e nun t'adduni
ca sutta lu rubbuni
c'è un utru pi panzuni
e la saurra
nfoca lu iocu di la murra;
e tu ci cridi e ti scordi
dda tana e ddu pirtusu
unni sdivachi l'ossa;
e li to figghi ntra dda fossa
cu li panzi vacanti
e li vrazzudda ah'aria,

27 settembre 2009

Quando Dickens incontra Gus Van Sant - My own private Idaho



Cose che capitano a Parigi, ci si ritrova davanti ad un hamburger in un Diner che potrebbe stare tranquillamente a Brooklyn e invece è nel Marais con un'italiana e un'australiana e si sceglie un film da andare a vedere.
E può capitare, a Parigi (e in pochi altri posti al mondo), che in un cinema (un cinema di prima visione, non un cinemino di parrocchia sfigato in qualche sottoscala, si badi bene!) poco lontano diano "MyPrivate Idaho" di Gus Van Sant (in Italiano incomprensibilmente tradotto "Belli e Dannati").

Una piccola sala accogliente. Pochi spettatori. Buio in sala.
E subito il film inizia.
E si piomba nel mondo di Mike.
Di Mike e Scott.
Di Mike e Scott e della loro amicizia.
Di Mike e Scott e della loro vita dissoluta (quella di Scott sopratutto) e disperata e sfortunata (quella di Mike).

Il mondo dei ragazzi da marciapiede, sempre uguale a Seattle, a Portland, perfino a Roma.
La banda di Bob Pigeon sembrano la copia tossica di quella dei bambini addestrati e sfruttati da Fagin in Oliver Twist.
Un Dickens (post) moderno e surreale incrociato con Shakespeare (il rapporto tra Bob e Scott, la scena del furto e dello smascheramento delle penose bugie di Bob... ) e ambientato nel mondo della prostituzione maschile dei primi anni '90.

Il personaggio di Mike è tra i più teneri e commoventi mai visti sul grande schermo.
E forse su questa impressione incide il fatto che ad impersonarlo sia quel River Phoenix la cui fine drammatica ha per sempre destinato ad appartenere alla cerchia, per l'appunto dei "belli e dannati".
La sua fragilità, rappresentata dalle sue crisi di narcolessia continue, lo rende quasi infantile.
Un bambino abbandonato che non si è mai ripreso dall'abbandono.
Un bambino solo che cerca amore.
La scena del falò in cui Mike dichiara il suo amore all'amico Scott (Keanu Reeves giovane e innegabilmente bellissimo) è tra le più belle del film (nonchè a mio avviso una delle dichiarazioni d'amore più dolci della storia del cinema).
Come se per un momento la follia surreale del film si fermasse per un attimo per dare la possibilità a Mike di essere sè stesso, di esprimere i propri sentimenti e la propria volontà.
Poi la centrifuga riprende.
Con un viaggio alla ricerca di una madre scomparsa chissà dove.
Con incontri con persone note e sconosciute.
Con le crisi di Mike e i suoi sogni ossessivi nei quali cerca di ricordare sua madre e la sua prima infanzia (i sogni in cui Mike si chiude nel "suo personale Idaho").
Fino a che la ricerca non diventa inutile e l'amicizia si spezza e la solitudine di Mike non raggiunge l'apice della disperazione.

Struggente, intenso, bello.

22 settembre 2009

Un soir cotè de la Porte Saint Denis

Voi per dire, come ve le immaginate le universalmente note prostitute di Rue Saint Denis a Parigi?
Perchè io non me le immaginavo così come sono. Non così poco riconoscibili (e io ne ho viste tante, anche ultra settantenni in tailleur eh).
Come dire, ci sono quelle "tipo", quelle che ti immagini, ma non sono la maggior parte.
Per lo più, almeno nella zona più vicina a casa mia, sembrano tutt'altro.
Che ne so, alcune hanno solo delle massaie annoiate uscite a prendere un po' d'aria e fumare una sigaretta con le vicine di casa tra un bucato e il pranzo da preparare per i bambini.
Altre sembrano un po' lì per caso all'angolo della strada, e si guardano intorno pigramente, hanno un'aria dimessa, direi "consumata".
Ma ce ne sono alcune che mi hanno particolarmente colpita.

Il supermercato in cui vado a fare la spesa è in Boulvard Saint Denis (al Monoprix, va da sè).
E va be', sono sempre un po' di corsa, perchè mi riduco sempre un po' troppo vicino all'ora di chiusura.
E quando sono di fretta di solito sono un'osservatrice peggiore di quella che già sono abitualmente.
Comunque fuori dalla profumeria e dalla libreria che si incontrano prima del Monoprix ci sono spesso delle ragazze, ben vestite, molto curate, per lo più orientali.
Non danno nell'occhio, e non sono mai più di due o tre.
Sono ragazze dall'aspetto del tutto normale.
Stanno lì, in due o tre, senza parlarsi, apparentemente aspettando qualcuno o qualcosa.
Guardano l'ora, a volte.
Nella mia mente sono passanti come le altre (con l'eccezione che loro non passano, restano ferme in un punto ben preciso).
All'uscita dal supermercato di solito non faccio già più caso alla loro presenza, non so dirvi se ci sono ancora lì o no.
In genere con pacchi della spesa non sono molto incline a guardarmi intorno.
Normalmente sto tirando giù tutti i santi di cui mi ricordo il nome perchè ho esagerato e sono carica come un mulo.
E stasera, tornando un po' più tardi del solito, con il buio e dopo la chiusura dei negozi, alla luce dei neon delle insegne ho visto luccicare, per un attimo, i loro stivali, le tracolle delle borsette, le labbra truccate, i loro occhi scuri.
E ho capito, nonostante nel loro sguardo non ci fosse nè l'aria di consapevole rassegnazione delle vecchie prostitute del mio quartiere a Milano nè quello di incredulo timore delle giovanissime che nelle mie strade mi è capitato di incrociare, ma solo l'impassibilità di chi aspetta l'autobus.

In fondo, siamo dietro la Porte Saint Denis. Niente di più ovvio no?

21 settembre 2009

Un mistero da risolvere, quello di un uomo.

More about La fine è nota

Questo romanzo è un mistero già di per sè. E' il solo romanzo che il suo autore risulti aver mai scritto. E' uscito nella collana dei "Gialli" Mondadori quasi 60 anni fa in seguito, su interesse e spinta di Leonardo Sciascia che l'aveva molto amato, ripubblicato dall'editore palermitato Sellerio alla fine degli anni '80.
Di Geoffrey Holiday Hall non si sa nulla nè prima nè dopo questo romanzo.
Un po' come non si sa nulla, all'inizio del romanzo, di Roy Kearney, il protagonista "assente" di tutta la storia, il vero "mistero da svelare". Non è un "giallo" (o noir, come si dice oggi) in senso stretto. Sì, c'è un morto. Sì, c'è un mistero, sì, c'è qualcuno che indaga, personaggi che rivelano frammenti di storia, menzogne, colpe nascoste, un colpevole da scorpriere, vite che si intrecciano, colpi di scena e finale a sorpresa.
Ma non è un noir come gli altri.
E' la storia di un uomo che cerca di capirne e di conoscerne un altro, e di un amore autodistruttivo e spietato.
E' la storia di Mr Paulton la cui esistenza viene sconvolta da un evento improvviso e totalmente incongruente con quello che lui ha fin lì vissuto, ma anche quella di Roy Kearney che una sera arriva a sconvolgere quella vita.
E' la storia di Helen Hall e della sua maturazione e di Peggy Kearney e della sua perdizione.
Infine è anche, se non soprattutto, la storia di Jessie La Matta e del suo impotente amore per gli altri.
Una storia americana, fatta di fughe lontane dalla provincia, di pettegolezzi di paese, di basi militari perse nel nulla, di voglia di riscatto e di ambizioni a volte frustrate, altre raggiunte, ma anche del rifiuto della sottomisssione agli schemi della società.
Un romanzo al contempo corale e individuale.
Non un giallo come gli altri.
Decisamente no.

16 settembre 2009

Nun sugnu pueta

NUN SUGNU PUETA
Ignazio Buttitta - Settembre 1954 - Tratto da: "Lu pani si chiama pani"

Non pozzu chiànciri
ca l'occhi mei su sicchi
e lu me cori
comu un balatuni.

La vita m'arriddussi
asciuttu e mazziatu
comu na carrittata di pirciali.

Non sugnu pueta;
odiu lu rusignolu e li cicali,
lu vinticeddu chi accarizza l'erbi
e li fogghi chi cadinu cu l'ali;
amu li furturati,
li venti chi strammíanu li negghi
ed annèttanu l'aria e lu celu.

Non sugnu pueta;
e mancu un pisci greviu
d'acqua duci;
sugnu un pisci mistinu
abituatu a li mari funnuti:
Non sugnu pueta
si puisia significa
la luna a pinnuluni
c'aggiarnia li facci di li ziti;
a mia, la menzaluna,
mi piaci quannu luci
dintra lu biancu di l'occhi a lu voj.
Non sugnu pueta
ma siddu è puisia
affunnari li manu
ntra lu cori di l'omini patuti
pi spremiri lu chiantu e lu scunfortu;
ma siddu è puisia
sciògghiri u chiacciu e nfurcati,
gràpiri l'occhi a l'orbi,
dari la ntisa e surdi
rumpiri catini lazzi e gruppa:
(un mumentu ca scattu!)...

Ma siddu è puisia
chiamari ntra li tani e nta li grutti
cu mancia picca e vilena agghiutti;
chiamari li zappatura
aggubbati supra la terra
chi suca sangu e suduri;
e scippari
du funnu di surfari
la carni cristiana
chi coci nto nfernu:
(un mumentu ca scattu!)...

Ma siddu è puisia
vuliri milli
centumila fazzuletti bianchi
p'asciucari occhi abbuttati di chiantu;
vuliri letti moddi
e cuscina di sita
pi l'ossa sturtigghiati
di cu travagghia;
e vuliri la terra
un tappitu di pampini e di ciuri
p'arrifriscari nta lu sò caminu
li pedi nudi di li puvireddi:
(un mumentu ca scattu!)

Ma siddu è puisia
farisi milli cori
e milli vrazza
pi strinciri poviri matri
inariditi di lu tempu e di lu patiri
senza latti nta li minni
e cu lu bamminu nvrazzu:
quattru ossa stritti
a lu pettu assitatu d'amuri:
(un mumentu ca scattu!)...

datimi na vuci putenti
pirchi mi sentu pueta:
datimi nu stindardu di focu
e mi segunu li schiavi di la terra,
na ciumana di vuci e di canzuni:
li sfarda a l'aria
li sfarda a l'aria
nzuppati di chiantu e di sangu.

15 settembre 2009

Letture estive - Da un continente all'altro saltando di provincia in provincia.

Ci volevo ragionare un po' meglio prima di pubblicarle sul blog. Volevo approfondire differenze e punti di contatto, fare un discorso un po' più generale, da lettrice, sulle mie letture estive che hanno avuto, in parte, un filo conduttore non intenzionale, che è quello della provincia come possibile scenario di romanzi, racconti, autobiografie (più o meno esplicite).
Non la provincia necessariamente protagonista, ma la provincia come ambientazione ma anche come "personaggio".

Ecco, volevo provare a costruire un bel "discorso" in proposito, ragionato e meditato, prendere le "recensioni" come punto di partenza, rivedendole, modificandole, intrecciandole tra loro per fare un discorso unitario e coerente.
Ma alla fine penso che quello che ho scritto "a caldo"(le trovate anche qui) su ciascuno dei quattro romanzi di cui sto parlando, compresi refusi, ripetizioni, frasi ridondanti, espressioni ridicolmente "roboanti" e così via, sia comunque un buon punto di partenza.

E poi sono pigra e se aspettiamo che mi fermi a meditare mi dimentico pure di averli letti 'sti libri.

Infine questo blog aspettava da troppo tempo.
Ve le appiccico quindi così, in rigoroso "ordine da blog" (dall'ultimo letto al primo) in modo che possiate leggere solo quelle che vi vanno (il tutto complessivamente è lungo, mi rendo conto).

A volte sono poche frasi, altre una specie di "tema". Insomma. Niente regole.
Però sul tema ci torno, perchè è un po' che ci penso su...


La Bibbia al neon - J. K. Toole

Tragico e commovente, un classico ignoto

Avete presente "una banda di idioti"? Dimenticatelo.
Fin dalle prime pagine di questo libro si entra in un altro mondo, in un'altra America.
"La bibbia al neon" è un grande classico misconosciuto.
La piccola storia personale di un bambino nella piu' remota provincia americana diventa anche il modo per raccontare un paese alla ricerca di sè stesso a cavallo della seconda guerra mondiale.
C'è tutto il mondo in quella cittadina.
C'è spazio per tutto.
Soprattutto per tutte le piccolezze e le miserie dell'essere umano.
E per piccoli illusori momenti di bellezza.
Finchè un treno non ci porta via dall'orrore.
Altrove.

Zolle - M. Drago

m'ha fatto ridere, pensare e anche un po' incazzare...

Insomma, mi è piaciuto.
Il mio approdo a Marco Drago scrittore è tortuoso e crono-illogico, passa attraverso anni di radio, dal web, da tanti altri mezzi, tutto fuorchè la parola stampata, ma senz'altro comunque molto attraverso le sue parole.
Insomma, fatto sta che ho solo recentemente e per vie traverse ho messo insieme i pezzi dell'attività letteraria, e non, di Marco Drago e me ne sono incuriosita.
A convincermi alla lettura di un "intero romanzo" sono stati i racconti (o i pezzi di racconti) che ho trovato in giro su internet (google books per esempio) e ormai introvabili altrove (la raccolta "l'amico del pazzo" è ormai fuori catalogo).
E non sono stata delusa.
Le 190 pagine di Zolle corrono veloci (nonostante una prosa niente affatto sciatta nè sbrigativa, in cui le parole e le immagini, dalle più abusate alle più ricercate sono scelte con esattezza proprio per dire in un certo modo quella determinata cosa).
Dopo poche pagine c'ero dentro. In un mondo quanto più lontano possibile dal mio.
"Che ne posso sapere io della provincia di Asti? Che ne posso capire io, cresciuta a Milano, in una delle poche città italiane che si possa quasi a diritto considerare una metropoli, dei capannoni, delle piccolezze di paese, del fango che circonda le case quando piove, del bar in cui si incontra sempre qualcuno che si conosce, dei chilometri percorsi in macchina, della nebbia, di come da lì si vede Milano, di come da lì si vede Genova (con quella faccia un po' così diceva Paolo Conte)? Che ne posso capire mai io di quel mondo e cosa me ne importa in fondo, a me, che la provincia l'ho sempre fuggita e sentita lontana ed estranea (dimenticando quanto provinciale può essere ciascuno di noi, senza rendermi conto della vita da paese che si può fare a Milano come a Canelli...)?
E invece niente, poche pagine e ci sei dentro. Dentro quella provincia come tante (ma anche no), nelle vite di quei persinaggi come tanti (ma anche no). Chè ci sono tipi umani che possono crescere solo in certi posti.
E Samuele lo prenderesti a sassate una frase sì e una no, eppure lo capisci, ti ci riconosci perfino nella sua insopportabile consapevolezza di sè, nelle sue coscienti miserie, nella sua incapacità (nella sua non volonta anzi!) di essere diverso da quello che è.
E le passeresti volentieri le serate al ristorante a sentire Billy che pontifica e spara a zero sul mondo (e oh, a me piacciono quelli così...), con la cattiveria estrema di quello che, dal suo punto di vista non privilegiato la sa più lunga degli altri (perchè è spesso nelle province che si nascondono gli intellettuali, quelli veri), e perfino, dico perfino, andresti a vedere la collezione di dischi di quel malato di Maulasio. Insomma, non è che siano degli esempi di umanità da imitare, anzi. Non è che ti viene mai voglia di dire, mentre leggi "vorrei essere così" (per non dire dei personaggi femminili... ) no, proprio no. Però tante (troppe?) volte ti ritrovi a dire "eh, accidenti, succede così anche a me..." e certe riflessioni sono anche le tue, che sembri non avere niente in comune con loro, nè il sesso, nè l'età, nè la dislocazione geografica... niente.
Spaventa e rassicura quel mondo fatto di poche persone, sempre le stesse, in cui però, volendo, è possibile perdersi di vista, se si vuole, dal quale però è possibile fuggire, se lo si decide, ma in cui è altrettanto facile fare le stesse identiche cazzate, le stesse identiche imprudenze che faresti in una grande città in cui poi potresti dissolverti nella folla e non farti più trovare, e invece lì no, invece lì è matematico che se giri per il paese incontri la tua ex, che se racconti una cosa a qualcuno la sappiano subito le persone che non dovrebbero saperle e così via, perchè tutti ti conoscono, eh.
Spaventa e rassicura che gli esseri umani siano uguali, con le loro piccolezze, le loro paure, le loro timidezze, le loro imperfezioni, ma anche con le loro ambizioni, dovunque si trovino, nella profonda provincia di Asti o a Parigi, a New York... Le esigenze sono le stesse, il condizionamento che viene dalle aspettative altrui anche, sono le opportunità che cambiano.
E così è forse vero che per cambiare veramente, per andare a cercare quello che si vuole, realizzare le proprie ambizioni o rinunciarvi per sempre, per cancellare l'eccesso di consapevolezza o per esasperarlo, per darsi un'altra opportunità, bisogna cambiare zolla, e andare altrove, dove respirare nuova aria, dove avere il coraggio di guardarsi con i propri occhi e non con quelli degli altri che ci hanno circondato fino all'attimo prima.
Maulasio lo fa, Billy sembra non provarci (o non averne bisogno), Samuele non ci riesce, o forse nemmeno lo vuole veramente e alla fine torna comunque alla ricerca di una salvezza alla zolla di partenza (o forse no?).

Generations of Love - M. B. Bianchi

Uno spaccato di vita che saltella leggero sulle note di una colonna sonora pienamente '80s, tra il trash, il cult e l'alternativo

Qualcuno dice che Matteo B. Bianchi sia (o voglia essere) il Sedaris della bassa padana. Più giovane dell'americano, brillante, gay e di provincia. Tutto torna (o almeno dovrebbe).
Ma io ho letto Sedaris e Matteo B. Bianchi uno dietro l'altro per pura coincidenza. Il primo me l'hanno regalato un paio d'anni fa e aspettava il suo momento da un po', il secondo invece l'ho volontariamente cercato dopo una serie di conincidenza, incontri e vicende personali varie. Io quindi il parallelismo che ho letto in giro un po' troppo spesso vorrei provare a non farlo, anzi, in un certo senso a rifiutarlo. Vero che anche Generations of Love è nelle intenzioni un'autobiografia scanzonata e che il tema del raggiungimento della "consapevolezza" dell'omosessualità (e non della "scoperta", che ormai l'ho capito, me l'han spiegato in tanti, che, come tutti i tratti dell'essere, non è cosa che scopri, bensì che che sai, senti - come l'eterosessualità tra l'altro - e che devi vivere secondo la tua natura e il tuo carattere, lì il difficile) è centrale insieme alle scelte che riguardano il modo di viverla in un contesto a metà tra la provincia e la grande città, Ma analogie non ne cercherei oltre.
La scrittura di Matteo B. Bianchi è leggera e "pop" ma senza ricercare intenzionalmente il sorriso (o la risata), la vicenda si snoda "lieve", ma non senza traumi, delusioni, difficoltà, e se si ride è per l'autoironia e la capacità di sdrammatizzare nel raccontarle le piccole e meno piccole sofferenze dell'infanzia, dell'adolescenza e della giovinezza.
Diventare adulti non è facile per nessuno.
Matteo B. Bianchi ci racconta perchè non lo è stato per lui e in che modo. Tutto qui.
Chi non si è trovato nel pieno di un depressione da abbandono, incapace di reagire o lì dove ci lascia una delusione d'amore, cioè ai piedi di una difficilissima salita da affrontare, circondati da amici che sembrano non bastarci, che capiscono, anche se a noi sembra di noi, finchè, come per magia, non se ne viene fuori?
Chi non è stato innamorato del compagno (o della compagna di banco) delle superiori ma si è accontentato di un'amicizia nella convinzione di non poter avere di più? Chi non ha avuto amicizie intense come amori (ma caste come educande)? Chi non ha scoperto in un fratello o in una sorella un sostegno, un complice, un alleato insospettabile solo qualche anno prima?
Ecco, Bianchi ci dice che, con tutte le complicazioni del caso, nella provincia milanese (e/o pavese?), nei forse troppo vituperati anni '80, tutto questo poteva succedere e succedeva a dei ragazzi come tanti, che dovevano però fare i conti anche con il proprio essere "diversi" (quando la propria percezione di quella diversità passa da sentirsi "migliori" a sentirsi insultati iniziano i guai) e che cercavano di vivere con la maggiore normalità e serenità possibile (e a quanto pare ci riuscivano anche) la propria personalissima educazione sentimentale.
Non c'è il "brutto", non c'è l'emarginazione, il rifiuto, non c'è la solitudine, non c'è, più di tanto, il dolore. E' la storia di ragazzi che studiano, che vanno ai concerti, al cinema, in gita, in viaggio, che si innamorano, si deludono, si lasciano, si interrogano, si laureano, che partono, ritornano, insomma, che vivono in tutta tranquillità.
Ragazzi regolari, impegnati, e spensieratamente "superficiali", se non per quanto riguarda la propria vita interiore, come lo si è sempre tutti da giovani.

Mi raccomando tutti vestiti bene - D. Sedaris

autobiografia, romanzo, raccolta di racconti...

Racconti separati ma anche un romanzo unitario, un’autobiografia, che raccontano per quadri un’infanzia e una giovinezza americane, dove per America si intende quell’America più o meno profonda lontana dalle rappresentazioni hollywoodiane delle grandi città delle lettere maiuscole).
Una gioventù e un’infanzia difficili vissuti in una costante consapevolezza della propria cosiddetta “diversità”(ma non solo per quello) raccontate nell’unico modo con cui possono essere raccontate le difficoltà della vita, anzi la vita stessa: con ironia.
Non è la comicità che è ricercata, non è l’effetto che ingrandisce e deforma oltre misura ogni dettaglio e ogni difetto fino a farlo diventare grottesco che Sedaris insegue.
È che è la vita, se si riesce a guardarla con una certa e non eccesiva distanza ad essere ridicola, comica, a volte grottesca, anche quando è triste ed amara.
Così Sedaris riesce in un intento non facile, quello di non rendere eccessivamente “di genere” il suo racconto, di non scrivere da gay per altri gay (evitando così di cadere nell’errore in cui molte scrittrici spesso cadono, di scrivere di donne e per le donne, cosa che, da donna, ti fa passare un po’ la voglia di leggerle).
Racconta la sua vita, la racconta a tutti, e riesce a farci sentire come si sentiva lui, senza mettere a disagio ma senza nemmeno nascondersi dietro facili pudori.
Racconta persone problemi stati d’animo che tutti possiamo aver vissuto in un modo o nell’altro, o che comunque possiamo capire con poco sforzo, grazie alla leggerezza con cui l’autore ci apre la porta su piccoli e grandi momenti quotidiani, per poi richiuderla subito e passare ad altro.
Mi reasta l’interrogativo sulla scelta di tradurre in questo modo il titolo che in originale è completamente diverso e suona :” Dress Your Family in Corduroy and denim”

14 agosto 2009

Vivement, le vacances!




Il mese di agosto avanza, l'insofferenza degli ultimi giorni di lavoro arriva all'esasperazione e la stanchezza, sentendo prossimo il calo della tensione tenuta alta fino all'ultimo momento, invade corpo e mente.
Ci siamo, è l'ultimo giorno di lavoro. Iniziano ufficialmente le vacanze.
Saranno diverse dal solito, per tanti motivi.
Tra i tanti la necessità di ritrovare un po' di normalità dopo cinque mesi di forse eccessiva solitudine, di lasciare che i pensieri, tirati fuori dai cassetti più nascosti e imprevedibili, si rimettano in ordine da soli (e sarà sicuramente un ordine diverso da quello in cui erano prima), il bisogno fisico di relax, di sospendere il giudizio su tutto, di smettere di arrovellarmi sui miei veri desideri, di abbandonandomi a quello che c'è, a quello che viene, senza fare ipotesi, senza immaginare troppo il futuro (e nel caso proprio non ne riesca a fare a meno, cercando di immaginarlo nel modo più positivo possibile).
Insomma, la vera vacanza la vorrei prendere da me stessa. Spero che chi mi starà intorno nelle prossime tre settimane sappia portarmi via da me stessa abbastanza da farmi riposare davvero mente e corpo.
E per maggiore tranquillità ad aiutarmi a staccare la spina dei pensieri per lasciare spazio a quella dell'immaginazione, porterò con me gli immancabili compagni di viaggio (anzi, di vita direi).
Musica e libri.
La musica arricchita di suggestioni, incontri casuali, cusiosità personali, e consigli mirati che stanno venendo a riempire la mia voglia di novità.
Per i libri sarà un misto di letture in attesa sullo scaffale da un po', di dovuti (e voluti!) tributi a nuove amicizie, di best seller del momento, di italiani e stranieri.
Forse troppo per i giorni che effettivamente avrò a disposizione. Vedremo.

Poi si tornerà, con nuove energie, ad affrontare l'autunno.
Un autunno che, a voler leggere alcuni segnali, promette bene...


Ma prima del relax, prima del ritorno, prima di tutto
... Londra!

07 agosto 2009

Istantanee parigine



Il cielo è grigio e basso ma fa caldo.
Le mie finestre, al primo piano, sono spalancate e i suoni si accavallano.
Qualcuno non lontano si esercita con la tromba sul tema di Summertime.
Passano motorini e macchine rumorosi che mi ricordano le sere d'estate al mare.
E poi voci.
Tutti i bambini del palazzo di fronte sono attaccati alle ringhiere delle loro finestre.
Parlano, ridono, chiamano le persone per strada.
Li posso vedere dal divano sul quale sono seduta a scrivere.
Biancheria stesa alle altre finestre.
Dal basso voci di adulti con accenti stranieri.
Paris, 2eme arrondissement, chi lo immaginerebbe?

06 agosto 2009

Voci dal mondo là fuori



Vi risparmierò, per ora, le considerazioni approssimative che mi sono venute alla mente ieri, al telefono, in una specie di stream of consciusness (o "unconsciousness" ultimamente è una bella lotta) sul rappporto molto stretto che ho notato, nella mia esperienza personale, tra la radio e internet (che sono una affezionata ascoltatrice di radio e ardente bazzicatrice di internet questo lo sapete) perchè in verità mi servirebbe un mass mediologo serio da citare (o anche uno abbastanza cialtron da metterci la faccia) e al momento non ce l'ho.

Però, proseguendo nel mio inarrestabile flusso di coscienza, a metà tra autobiografismo, esaltazione fanatica (parlando di certi periodi della mia vita e di come fossero strettamente legati a determinate trasmissioni radiofoniche, ma ne ho scritto a più riprese da queste parti) e amarcord, ho messo a fuoco una cosa e cioè come mai ormai da almeno 15 anni io mi devo svegliare con la radio, e in particolare con un programma di informazione, e come mai negli ultimi mesi, quelli parigini, questa abitudine mi sia diventata ancora più necessaria, quasi vitale.

Il momento del risveglio per me è sempre stato incredibilemente difficile.
Per pochi periodi della mia vita mi sono alzata volentieri, e non solo perchè sono una dormigliona, ma anche perchè tendenzialmente non ho mai avuto, anche nei momenti migliori, quelli in cui tutto girava bene ed ero entusiasta e contenta, una grande spinta ad alzarmi e affrontare il mondo (non a caso una delle mie vignette preferite di Mafalda è quella in cui lei è in pigiama in piedi sul letto, con un'aria tra lo spaventato e l'imbronciato e dice esattamente "è dura farsi coraggio e scendere nel mondo").

Avere quella voce che mi racconta tutte le mattine che sta succedendo qualcosa fuori dalla mia stanza, fuori dalla mia casa, fuori anche dalla mia città mi richiama alla vita.
A volte facilmente, altre faticosamente, perchè ce ne sono tanti di giorni in cui non vedo alcun motivo per affrontare quelle piccole grandi fatiche quotidiane (dal vestirsi all'interagire con il panettiere, dal lavarsi i denti al rispondere al telefono, dal fare il caffè a affrontare i colleghi).
In ogni caso sono quelle voci da fuori che mi ricordano tutte le mattine, come una specie di rimprovero, che il mondo non finisce con me stessa, con i miei (non) problemi, i miei pensieri ossessivi, le mie insoddisfazioni.

"Hey, c'è il mondo fuori. Va avanti anche senza di te..."
"E allora?"
"E allora alzati ragazza e, vai a vedere!"

Succede tutte le mattine.
E, finchè funziona, è tutto sotto controllo.

03 agosto 2009

Prove di traduzione II

Amèlie Nothomb - Stupeur et tremblements

La tâche me parut de plus en plus facile. Elle était d’un ennui absolu, ce qui ne me déplaisait pas, car cela me permettait d’occuper mon esprit à autre chose. Ainsi en consignant les factures, je élevais souvent la tête pour rever en admirant le si beau visage de ma dénonciatrice.
Les semaines s’écoulaient et je devenais de plus e n plus calme. J’appelais cela la sérénité facturière. Il n’y avait pas tant de différence entre le métier de moine copiste, au Moyen Age, et le mien ; je passais des journées entières à recopier des lettres et des chiffres. Mon cerveau n’avait pas été si peu sollicité de toute sa vie et découvrait une tranquillité extraordinaire. C’était le zen des libres de comptes. Je me surprenais à penser que si je devais consacrer quarante années de mon existence à ce voluptueux abrutissement, je n’y verrais pas d’inconvénient.
Dire que j’avais été assez sotte pour faire études supérieures. Rien de moins intellectuel, pourtant, que ma cervelle qui s’épanouissait dans la stupidité répétitive. J’étais vouée aux ordres contemplatif, je le savais ò présent. Noter des nombres en regardant la beauté, c’était le bonheur.
Fubuki avait bien raison : je me trompais de route avec monsieur Tenshi. J’avais rédigé ce rapport pour du beurre, c’était le cas de le dire. Mon esprit n’était pas de la race des conquérants, mais de l’espèce des vaches qui paissent dans le pré des factures en attendant le passage du train de la grâce. Comme il était bien de vivre sans orgueil et sans intelligence. J’hibernais.

Il compito mi parve sempre più facile. Era i una noia assoluta, cosa che non mi dispiaceva, poichè mi permetteva di occupare la mia mente con altro. Così, depositando le fatture, alzavo la testa spesso per sognare ammirando il bellissimo volto di colei che mi aveva denunciato.
Le settimane scorrevano e diventavo sempre più calma. La chiamavo la serenità fatturale. Non c'era poi molta differenza tra il lavoro di un monaco coposta nel Medio Evo e il mio: passavo dei giorni interi a ricopiare delle lettere e dei numeri. Il mio cervello non era mai stato così poco sollecitato in tutta la sua vita e scopriva una tranquillità straordinaria. Era lo zen dei libri contabili. Mi sorprendevo a pensare che se avessi dovuto consacrare quaranta anni della mia esistenza a questo voluttuoso abrutimento non ci avrei visto alcun inconveniente.
E dire che ero stata tanto sciocca da fare degli studi superiori. Niente di meno intellettuale, eppure come il mio cervello si rasserenava nella stupidità ripetitiva. Annotare numeri guardando la bellezza, questa era la felicità.
Fubuki aveva ragione: sbagliavo direzione con il signor Tenshi. Avevo steso quel rapporto per lui per niente. La mia mente non era della razza dei conquistatori, ma della specie delle vacche che brucano nel prato delle fatture e aspettano il passaggio del treno della grazia. Come era bello vivere senza orgoglio e senza intelligenza. Ibernavo.