21 dicembre 2009

E quando non è Murphy ci penso io (del viaggiare sotto le feste)


Quando il treno della linea B della RER ha cominciato a rallentare fino a fermarsi nella stazione di Mitry-Claye, senza apparentemente avere alcuna intenzione di ripartire, e ho visto fuori dal finestrino il paesaggio più vicino all'idea che ho della Groenlandia ho avuto la certezza che i miei peggiori presentimenti si erano realizzati.
Il vagone era deserto ed ero lì da sola, con la mia pesantissima valigia, il mio libro, un'auricolare penzolante e senz'altro l'espressione al contempo più stupida e disperata che si possa immaginare. Fortunatamente nessuno era lì con me per poterla vedere.
La spiacevole sensazione che avevo scacciato una ventina di minuti prima vedendo il treno svuotarsi ad una precedente fermata si stava concretizzando.
Avevo sbagliato treno e, con tutta evidenza non stavo andando verso l'aeroporto.
Scendendo dal treno sulla banchina deserta e coperta di neve ghiacciata sono stata presa da un lungo ed intenso momento di sconforto indecisa se essere più disperata per il tempo perso ed il rischio di perdere il volo per rientrare a casa o più arrabbiata per l'errore da principiante che avevo appena commesso.

Dopo un po' di smadonnamenti trascinando la valigia che, contro ogni attesa, non scivolava meglio sulla neve ghiacciata, su e giù per antiquatissime ed altrettanto ghiacciate scale da stazione di provincia, sono riuscita a riprendere il controllo di me stessa e della situazione. Con una mezz'oretta di ritardo sul piano io e il mio carico di bagagli che in confronto Babbo Natale pare un mendicante, siamo approdati all'aeroporto.
Un attimo di esitazione e davanti a me in fila all'area viaggiatori Business (o "Classe Affaires", come dicono i francesi, ché quando paga l'azienda a volte capitano queste fortune) si è piazzata una famiglia sudamericana di cinque persone con due carrelli stracarichi di valigie. La fila scorreva lentissima ma era sensibilmente più corta, da quel che vedevo, di quella di classe turistica.
Dal sorriso che ho percepito distintamente dipingermisi sulla faccia mi sono resa conto di quanto ci si abitui in fretta a piccoli lussi e privilegi.
La fila era comunque lentissima.
Lentissima.
Così lenta che sembrava ferma.
Dovevo solo lasciare la mia valigia, mangiare qualcosa e avviarmi al gate oltre il controllo di sicurezza. Facile, veloce, sicuro.
La famiglia sudamericana è stata smistata in un'altra fila. Evviva.
Davanti a me una coppia francese sulla settantina molto borghese. Lui cappotto blu e occhiale dalla montatura di metallo, l'atteggiamento di quello che ha l'abitudine ad avere dei sottoposti, lei così meticolosamente curata ed elegante, considerando che doveva viaggiare, da impressionare, ma senza riuscire a dimostrare gli anni di meno che vorrebbe. L'aria soddisfatta della moglie di qualcuno che conta.
Passeggeri "Classe Affaires" veri, di quelli che chiedono lo champagne a bordo con una naturalezza che non avrò mai e che non hanno l'aria da profughi come me, che ancora sudavo per la corsa e non avevo niente di firmato addosso a parte, forse, il profumo (almeno avessi tenuto lo smalto per le unghie, accidenti!).
Ad un certo punto però io e l'attempata coppia siamo stati avvicinati da un addetto dell' Airfrance che ci ha annunciato che hanno appena cancellato il nostro volo. E a quel punto eravamo sulla stessa barca, io, la profuga e loro, i "classafferdoc".
Niente più volo comodo comodo su Linate.
Il gentile e affascinante (forse per l'aspetto mediorientale e l'accento britannico) addetto Airfrance ha spiegato cosa stava succedendo e ha provato a metterci su un volo per Malpensa.
La coppia si premurava di aver garantito un posto in Business e, soprattutto, che il volo fosse Airfrance e non Alitalia.
Io, la profuga, ho invece accettato senza batter ciglio un declassamento volontario in classe turistica per avere più probabilità di non essere in lista d'attesa.
Per partire questo ed altro.
La sera c'era un ristorante di pesce prenotato per due da più di un mese ad aspettarmi.
E poi avevo una gran voglia di tornare a casa, io.
Abbandonandomi alle cure di un collega, l'affascinante addetto mi guarda dicendomi "bon courage". Oltre che profuga dovevo sembrare proprio disperata.

Cosi alla fine ci hanno trovato un posto.
Il volo era Airfrance, sarà stato contento Mr Business Class.
Il volo era Airfrance eppure questo non ci i ha impedito di passare un'ora al freddo dentro il pullman nell'attesa di essere portati al nostro aereo che, alla fine, sarebbe partito con oltre un'ora e mezzo di ritardo. Intanto i passeggeri arrivavano alla spicciolata, tutti con racconti diversi di file eterne ai check-in, di voli annullati, di coincidenze prese per sbaglio, di viaggi lunghi ore.
Mentre noi congelavamo e dopo molte richiest, l'autista ha finalmente chiuso le porte e accenso il riscaldamento. L'ultima arrivata, grondante sudore per la corsa, ha timidamente osato una protesta per il caldo ma è stata rapidamente zittita.
I bambini piccoli erano angelici, per fortuna. Ammirevoli. I genitori meno. E per ingannare il tempo telefonavo a casa raccontando aneddoti e sperando di arrivare in tempo per la mia cena di pesce.
Intanto non avevo ancora avuto il tempo di pranzare.
Fame.
Freddo.
Pure un po' di incazzatura.
Ma lo spettacolo della coppia "classafferdoc" che smaniava, pur mantenendo un certo stile, bisogna ammetterlo, è troppo divertente.
Quando infine il pullman è partito ci ha portato non direttamente all'aereo, ma ad un altro gate. Ancora scale.
Finger.
Son cose.

Almeno sull'aereo mi hanno dato qualcosa da mangiare. L'unica cosa commestibile era un pasticcino alle fragoline di bosco. E visto il freddo ho glissato sul bicchiere di champagne e optato per un tè.

All'atterraggio a Malpensa mi sono resa conto che poteva esistere qualcosa di più simile alla mia idea di Groenlandia del paesaggio di Mitry-Claye. L'aria era così fredda da condensarsi in una foschia lattigginosa e biancheggiante.

Ultime tappe, tutto quel che poteva ancora accadere è accaduto. Un'ora di attesa per il bagaglio dal peso specifico più alto della storia. Bus a passo d'uomo per arrivare in città. Nessuna lunga fila di taxi ad aspettare nel parcheggio della Stazione Centrale e ancora attesa.

Sono arrivata a casa esausta ed affamata dopo più di otto ore dalla partenza da casa rimpiangendo di non aver preso un treno diurno. Ma ancora con la forza di imbacuccarmi per uscire di casa e raggiungere il ristorante.

Solo sorseggiando un buon vino bianco ad accompagnare gli spaghetti all'astice, gamberoni e capesante, e lasciandomi invadere da una piacevole e dolce sensazione di torpore ho cominciato veramente a sentirmi, infine, a casa.


p.s. lo so, la Groenlandia è un poso fighissimo, fatto di paesaggi spettacolari, ma voi, a parte la Siberia, se pensate ad un posto desolato e freddissimo, non vi viene in mente la Groenlandia? A me sì.



17 dicembre 2009

Tornare a casa per le Feste.



Ne conosco io di persone che vivono la maggior parte dell'anno in una città che non è la loro. Sono di Milano. E' normale. Quasi tutti a Milano in realtà vengono da qualche altra parte, hanno una parte più o meno importante dei loro affetti altrove.
Quasi tutti quelli con cui ho studiato all'Università e con cui ho lavorato a Milano verso questo periodo dell'anno cominciano a prepararsi a partire per "tornare a casa per le Feste".
Il concetto non mi è estraneo quindi.
E poi in fondo, se ci penso anche la mia famiglia, quando ero bambina, affrontava le masse in movimento, il maltempo e gli scioperi per volare fino in Sicilia.
Però a me, proprio a me personalmente, di essere "via", di essere "lontana da casa", di dover partire per poter passare le Feste con la mia famiglia, nella mia città, non è mai successo.
E dalla voglia di casa, di panettone, di albero di Natale, di corse per il centro per gli ultimi regali e per vedere le luci e gli addobbi che ho in questo momento, insomma, dalla nostalgia per l'atmosfera natalizia nella mia città che mi sta prendendo violentemente in questi ultimi due giorni che mi separano dalla partenza, ho finalmente capito che differenza c'è tra la teoria e la pratica.
E per la prima volta anch'io mi preparo, veramente, a "tornare a casa per le Feste".
Ed è parecchio strano.
Però non è male. Non lo è per niente.

En travesti - Avere 20 anni in Iran



Madjid Tavakoli ha 23 anni. E' stato arrestato il 7 dicembre in Iran per aver partecipato alle proteste contro il governo iraniano. I suoi sostenitori affermano che le autorità iraniane, per umiliarlo l'avrebbero costretto a vestirsi da donna e a portare il velo.
Così stanno spuntando in giro in rete video di uomini che, per protesta, si vestono da donna e portano il velo.
[fonte: France Inter - la revue de presse]

15 dicembre 2009

Don't worry, (I will) be happy



E' sempre difficile scrivere post così, perchè poi una lo sa che la leggono quelli che la conoscono di persona, e che le vogliono bene, e sono lontani, e che magari si preoccupano anche un po' a sentirla triste a leggere certe cose.
E allora prendetela così. Non andate in ansia.

Ho solo bisogno di sfogarmi e di lagnarmi un po', perchè è uno di quei giorni un po' così così, in un periodo che a tratti è stato parecchio così così, ma non è che ci sia niente di grave di cui preoccuparsi nè molto da fare, perchè tanto poi passa da solo.

E' una di quelle giornate in cui non governo i pensieri e mi vengono a trovare con più forza del solito dubbi, incertezze, ricordi, emozioni, perfino sentimenti, che sapevo bene di non aver ancora metabolizzato, ma un po' ci speravo che se ne stessero buoni per un po', il tempo di farmi respirare e lasciare fluire la vita da sola, senza dover intervenire.

E invece no. Basta niente. Un intoppo da nulla nei miei piani, qualche piccola contrarietà di tutti i giorni, un po' di stanchezza, e mi ritrovo di nuovo al punto di partenza.
Di nuovo ai piedi della salita. E mi pare di dover ricominciare da capo. Una specie di fatica di Sisifo emotiva.
E però sono stanca, stanca da morire.
Che poi lo so bene anche io che non è vero. Che di progressi ne ho fatti, che è solo il cocktail micidiale di ciclo ormonale e delle stagioni che proprio sotto Natale mi fa sentire piccola, confusa, sola.
E invece vorrei essere sorridente e piena di pacchetti regalo.

Eppure...

E io quando sto così comincio ad agitarmi, a cercare stupidamente aiuto proprio da chi non può darmelo, anzi, proprio da chi non farebbe che affossarmi di più. A cercare da altri spiegazioni e risposte che dovrei darmi da sola. A credere che davvero possa essere fuori la soluzione al problema.
Insomma tendo ad avere quel prurito che porta a fare, dire (e ssicuramente a pensare) cazzate e ad avere una gran voglia di assecondarlo, quel prurito.

E mi odio, anche se poi magari, qualche volta, le cazzate, non le faccio veramente.

Mi odio perchè riconosco tutti i sintomi, tutti gli elementi, i segnali, le motivazioni razionali, perfino biologiche dei miei stati d'animo, ma tutta questa lucidità non serve a niente.
Il nodo alla gola resta lì, il peso suol cuore non si alleggerisce e il velo di lacrime sugli occhi torna a intervalli irregolari ad appannare la vista.

Mi odio perchè in questi casi essere intelligenti è totalmente inutile e l'autoironia si nasconde chissà dove e non riesco mai a trovarla (proprio quando ne avrei bisogno).

Ma un po', piano piano, passa. Di solito.

E' una di quelle giornate così, un po' di merda.
E va be'.

13 dicembre 2009

Duomo Connection


Di solito non mi va di stare strettamente sull'attualità con il mio blog, ma trovandomi immersa nel flusso di reazioni all'aggressione (oh, questo è) a Berlusconi ho sentito di non riconoscermi in niente di quel che mi circondava. Tra chi esulta, chi condanna severamente, chi ironizza e chi ne approfitta per fare retorica da liceo sulla non-violenza non so davvero più da che parte voltarmi.
No ragazzi, niente distinguo, e niente sottili precisazioni.

Si tratta di una vigliaccata stupida. Condannabile per mille motivi, dal banale rifiuto della violenza alle strumentalizzazioni pro-domo sua che Berlusconi e PdL stanno già attuando.
Non serve a nessuno.
E questa non è opposizione.
E' forse un gesto liberatorio per molti che covano una rabbia sorda.
E riderci su può essere senz'altro un modo per esorcizzare la paura che gesti come questi possono mettere addosso. Un po' di cattivo gusto però, rendiamocene conto.

Ma resta una vigliaccata.
Ed è anche, trovo, un segnale piuttosto brutto e triste della piega che sta prendendo il dibattito politico nel nostro paese. La personificazione, nel bene e nel male, è diventata la regola.

E però, d'altra parte, non seguiamo l'onda, non facciamone già noi un martire più di quanto non lo stiano già facendo tutti gli altri. Basta per favore con la banalità della non-violenza. Davvero sentiamo il bisogno di sottolineare, tra adulti civilizzati, che la violenza è sempre sbagliata, che è inutile, che "gioco di mano è gioco di villano"? A gara a chi sembra più indignato.

Insomma, scusate, ma non riesco a mettermi in coda per essere ammessa a nessuno dei due club, nè a quello degli indignati nè a quello dei festanti. L'odore del sangue non mi eccita e nemmeno il moralismo facile.

Trovo che tutto sia solo triste e vagamente grottesco.
Se non ci fosse da piangere ci riderei su.

12 dicembre 2009

40 anni.



09 dicembre 2009

(Emma) Dante nel girone dei loggionisti.





Premessa fondamentale quanto inutile per i miei lettori abituali. Non sono un'esperta di nulla, meno che mai quindi mi vanterei di essere un'esperta di regia, di regia teatrale o addirittura di regia del teatro d'opera.
Però, però un po' di teatro l'ho visto, e pure qualche opera (in teatri d'opera e in teatri di prosa, in TV, in versioni per cinematografiche etc). Perfino un po' di balletto ho visto. Perfino.
Che poi mi viene anche in mente che una delle cose belle di non avere più 15 anni è che ti rendi conto di aver assimilato delle cose per esperienza e non solo per averle studiate, ma questo è un altro tema.
Dunque dicevo che un po' di teatro l'ho visto. Anche contemporaneo. Anche, per dir così, "sperimentale".Un po' di occhio per la messa in scena e per la regia me lo sono fatto.

Lunedì sera ho avuto la fortuna di poter vedere gran parte della Carmen che ha inaugurato la stagione lirica della Scala di Milano in TV (su arte).

Carmen è un'opera molto particolare, in un certo senso moderna e senza tempo (come le tragedie classiche).
I personaggi sono molto forti, il contrasto tra i sentimenti molto marcato.
L'amore e la violenza si intrecciano fin dall'inizio in modo molto intenso.
Una grande energia percorre drammaturgicamente e musicalmente tutta l'opera.
Ha ispirato molte reinterpretazioni, molte riletture, molte "versioni", soprattutto cinematografiche, tutte inevitabilmente influenzate da quella "violenza".

Trovo che la scelta di affidare ad Emma Dante la regia della Carmen, per "La Prima", una Carmen importante, diretta da Baremboim, e a suo modo "sperimentale", con una giovane cantante dell'Accademia del Teatro alla Scala nel ruolo principale, sia stata una scelta coraggiosa e azzeccata.

Le scelte della Dante, per quel che ho visto io, sono state forti ma al contempo misurate, adeguate ad un genere teatrale lontano dalla prosa (e ancor più lontano dalla prosa dei suoi spettacoli) come l'opera lirica.
I personaggi si muovono in scena con disinvoltura, con normalità, recitano i propri personaggi in modo credibile (importantissimo in un'opera in cui non esiste il "recitativo" ma le parti non cantate sono "parlate") si muovono in grandi spazi lasciati sgombri che riempiono con la voce e la recitazione.
L'opera recupera la sua dimensione teatrale, l'importanza della parola (da segnalare la buona dizione del francese di tutti gli interpreti), non a scapito della musica (garantita da una direzione sobria e impeccabile) ma ad integrazione dell'immediatezza musicale.
I contrasti della vicenda, della musica, dei caratteri dei personaggi sono esaltati dalle luci (con chiaroscuri che evocano Caravaggio e la pittura fiamminga), dai costumi, dal movimento.

Non l'ho trovata una regia particolarmente ardita o provocatoria.
Moderna sì.
Non "classicamente" operistica. Senz'altro.
Ma non era per quello che Emma Dante era lì, ma per portare la propria cifra registica ad uno spettacolo come quello della lirica che necessariamente deve rinnovarsi per continuare a vivere.

Non l'hanno pensata così però i loggionisti che non hanno saputo apprezzare questo tentativo e vedono probabilmente nell'opera la stanca ripetizione di sè stessa fino al suo autoesaurirsi.

Peccato.



05 dicembre 2009

No be', dài...


Il No B Day è passato ed è stato innegabilmente un successo.
Non c'ero e non voglio entrare nel dibattito sul numero di partecipanti. Prendo per buone le cifre credibili date dal telegiornale in Francia che parla di 350.000 persone. Non escludo che fossero molte di più. Escludo che fossero meno di 100.000 come dice la Questura. Comunque non è importante. Quando si riempiono le strade e le piazze come è successo oggi a Roma non importano i contatori, ma importano le energie messe in campo e di energie ce n'erano molte.
E' stata una bella festa e un segno importante della voglia di partecipazione degli italiani, del livello di insofferenza per una situazione profondamente anomala come quella Italiana.

La mia sensazione è però quella di un'occasione sprecata, in molti sensi.

Io non c'ero né sono andata alla manifestazione organizzata qui a Parigi e non solo perché pioveva. Mi sento quindi un po' a disagio ad esprimere una critica, delle perplessità dei dubbi su questa manifestazione, gli stessi però che mi hanno alla fine convinta a non partecipare.

Un'occasione sprecata per fare un discorso più profondo, più articolato, più profondamente politico.
Politico. Sì. Perché il rischio quando si tiene così tanto alla connotazione apartitica di una qualunque manifestazione troppo spesso è quello di scivolare verso un apoliticità vagamente qualunquista, verso un modo di vedere la partecipazione civile solo attraverso slogan e manifestazioni di piazza.

Un'occasione sprecata per coinvolgere proprio la politica e i partiti, per articolare la protesta contro Berlusconi e contro il berlusconismo, contro il modo di intendere le istituzioni, la politica, la società che pervade il nostro paese come una malattia endemica.
Certo che penso anch'io che il Presidente del Consiglio debba farsi processare. Certo che ritengo il fatto che lui sia al Governo un'anomalia gravissima.
I problema del No B Day non sono parole d'ordine non condivisibili, ma la "povertà" di queste parole d'ordine, la loro semplicità, il loro fermarsi allo stadio di slogan.
E questa caratteristica ne spiega anche il successo.
E' molto più facile trovarsi in tanti d'accordo a sostenere un'idea semplice.

Un'occasione sprecata dagli organizzatori, nell'ossessione dell'apartiticità, e dai partiti, nell'ossessione dei distinguo e delle precisazioni, tutti ciechi nel non vedere la possibilità di dare profondità e spessore al movimento nato attorno a quello slogan.

"No Berlusconi": milioni di italiani sono pronti a sottoscrivere questo "desiderio" e forse per scendere in piazza a manifestare è sufficiente un desiderio.
Ma per fare l'opposizione in un sistema democratico che (democraticamente) ha eletto l'attuale maggioranza parlamentare e l'attuale governo serve qualcosa di più. Serve un modo diverso di vedere la politica e la società.
E se non solo vogliamo che Berlusconi si faccia da parte, ma anche che il nostro paese superi il berlusconismo, cioè questo stato di sbandamento in cui la coesione sociale, la credibilità delle istituzioni, l'equilibrio tra i poteri dello Stato, l'idea stessa della politica al servizio dei cittadini hanno perso di significato, allora bisogna agire, pensare, parlare in modo diverso.

E allora il No B Day, con tutta quella forza, quella festosa rabbia, quella voglia di cambiamento ha perso un'occasione per essere l'inizio di qualcosa di più.
E l'occasione, alla fine, l'ha persa il paese.
Ma ce ne renderemo conto solo domani, quando dopo aver detto "No!" non sapremo cos'altro fare.


29 novembre 2009

Femminilità - Vita e Letture


Mi pare che in questo momento si sia tornati molto a parlare di donne e del rapporto tra i sessi, del ruolo delle donne in politica, nella società, nelle famiglie. C'è stata la giornata contro la violenza sulle donne, c'è stato il dibattito sulla pillola abortiva, la proposta di legge sulle case chiuse del ministro carfagna (minuscole intenzionali). Poi ci sono gli aspetti più personali, vado al cinema (vedi penultimo post) ed è la storia di una donna alla ricerca della sua identità che mi viene raccontata. Parlo con un amico e il tema che infiamma di più la conversazione è quello del rapporto tra uomini e donne. A lezione di francese si parla di femminismo, di pari opportunità, di uguaglianza. Leggo un fumetto (Rosalie Blum, bellissimo tra l'altro) e sotto sotto, anche lì si parla della lontananza, della difficoltà di capirsi tra questi due mondi, quello maschile e quello femminile. E allora ho pensato " sai che c'è, io mi leggo Simone de Beauvoir".

17 novembre 2009

DC (no, non è un post politico)


Questo blog ha da poco compiuto 4 anni e questo è il post n° 600.

E ovviamente, da pessima padrona di casa quale sono, io non ho niente di adatto e di pronto per festeggiare l'occasione e così vi propongo, come fanno quelli delle serie TV americane al centesimo episodio, un "come eravamo", un po' di amarcord degli esordi, dei primi passi (che ultimamente mi sembrano tra l'altro molto più riusciti degli ultimi).

Insomma. da vera professionista: riciccio.

Eccovi quindi il primo "vero" post pubblicato Oltre lo Specchio.
"Sotto la pioggia" - 8 novembre 2005

15 novembre 2009

Souvenir d'Italie


L'autunno tarda a decidersi qui a Parigi. Uscendo di casa in questi giorni ti accoglie un tepore inatteso e oggi perfino il venticello traditore che al calar del sole fa rabbrividire uscendo dai caffé, dai cinema, dai ristoranti, dal metrò, sembra essersi calmato.
Esco per fare due passi, per cambiarmi le idee, per prendere un po' d'aria, e anche se il sole è tramontato ormai da un po' mi pare primavera e nella mia breve passeggiata incrocio giocolieri, anziane signore di ritorno da una passeggiata, bambini che giocano per strada, famiglie in cerca di un supermercato aperto di domenica, ragazzi seduti all'aperto ai tavolini dei bistrot.
E' domenica e i negozi sono quasi tutti chiusi, tranne un'enoteca, una farmacia, un minimarket e la salumeria italiana intorno alla quale giro da mesi senza il coraggio di entrare.

Sono strane le cose che ti possono mancare del tuo paese quando vivi all'estero, specie parlando di cibo. E il punto non è che a Parigi trovi quello che vuoi, a saperlo cercare, e che quindi tecnicamente potresti avere tutto quello che ti manca. Il punto è che ci sono cose, cibi in particolare, che hai sempre dato per scontato fossero a portata di mano nel negozietto sotto casa o in un quasiasi supermercato. Solo quando vivi in un altro paese ti rendi materialmente conto che non è così. Se hai voglia di Parmigiano Reggiano lo devi andare a cercare perchè tra le dieci diverse varietà di Hemmental, Camembert, Chèvre e Roquefort non lo troverai oppure ne troverai un tipo solo, e magari anche scadente.
E ti viene quella nostalgia canaglia condita di acquolina che è superata solo da quella che ti viene quando leggi "Pizza" sull'insegna di un ristorante e sai perfettamente che quella che servono non è la Pizza che intendi tu.
E non ci puoi fare niente.Te la tieni e basta.

Allora questa volta mi decido ed entro nella salumeria italiana (vendono di tutto in verità, compreso olio, passata di pomodoro, conserve varie e in questo periodo anche panettone e pandoro, ma non ho il coraggio di chiedere il prezzo). Non apro bocca. Non riesco quindi a capire come il negoziante capisca che sono italiana. E' un signore corpulento con i denti gialli e in disordine, eppure si ostina a sorridere, e non è nemmeno tanto simpatico. Parla italiano senza accento ma con un'intonazione strana, come se stessere recitando. E' strano. Ma non mi importa. Guardando nel banco dei formaggi ho visto una cosa. E non me la lascerò sfuggire.
"Signora, mi dica"
"Un etto di prosciutto crudo"
"E con questo?"
"... dello... (pausa di incredulità per quel che sto per ordinare) ... dello stracchino!"

Update: Il buon Lorenzo mi segnala che a Parigi a salvare dalle nostalgie gastronomiche esiste la Cooperativa Cisternino dove trovare a prezzi abbordabili (cosa impossibile altrove) prelibatezze di provenienza genuinamente italiana. Ci sono diversi negozi e uno non è lontano da dove vivo. Buone notizie insomma.

"Signora chi fu bello! Quantu chiancivu!"





Questa volta non lo scriverò un post vero e proprio sul film che ho visto stasera, chè tanto ci penserà senz'altro la Zazie a farlo (a proposito, grazie per avermi tirata fuori di casa questa sera e per avermelo fatto vedere che me lo sarei sicuramente perso nella mia totale distrazione).
Però una micro riflessione banale banale su quanto sia bello farsi qualche bel pianto al cinema, quella sì.
Nella mia famiglia in questi casi diciamo "Signora, chi fu bello! Quantu chiancivu!", imitando il tipico modo di raccontare delle signore del paese di mia madre quando uscivano dal cinema dopo aver visto film tipo, che ne so, "Catene".
"Che bello!"come giudizio sintetico, e "Quanto ho pianto!" come rafforzativo.
E non c'è niente di più vero. E non necessariamente si parla della qualità artistica del film.
Si può piangere per film mediocri con i quali però manterremo un legame speciale. Come quello con un conoscente al quale si è svelato un proprio segreto.
Perchè è effettivamente questo che succede. Un film ti racconta una storia, in un certo modo, con un certo linguaggio, toccando o meno diverse corde, cercando o meno di commuoverti (ma sempre comunque di emozionarti).
Il cinema più di ogni altro spettacolo ci scatena le emozioni, ci viene a chiamare in causa mentre siamo solo innocenti spettatori ignari.
Quando ci riesce è come se quel regista, quegli attori, quello sceneggiatore avessero "scoperto" qualcosa di noi, come se si fosse fatto confidare un nostro segreto, una nostra debolezza o, meglio, come se ci conoscessero già e ci stessero raccontando qualcosa di noi, perfino quando la vicenda narrata sembra essere così lontana dalla nostra.
E allora siamo lì al buio e gli occhi si annebbiano un po' , e tiriamo su con il naso (e no che non è suina, anche se il vicino un po' si ritrae, insensibile!), e ci lasciamo andare a partecipare ancor più intensamente di quello che si vede sullo schermo, e quando le luci si riaccendono pensiamo :"Signora chi fu bello! Quantu chiancivu!".

11 novembre 2009

Personalità Tardoadolescenziali Sconosciute


Mai dire mai.

Sono bastate quarantotto ore con "le ragazze" lo scorso weekend per perdere delle certezze.

Ho scoperto che dentro di me c'è una tizia che non conoscevo e che non mi sta nemmeno antipatica come avrei potuto pensare che ha delle amiche (sì, femmine) con le quali può passare del tempo divertendosi anche se sono più di una per volta, che ha una vena cazzara mica da ridere (ma ha ancora parecchio da imparare), a cui piace girare per negozi a provare scarpe e vestiti e a consigliare le altre amiche, e che porta con disinvoltura lo smalto Chanel Rogue Fire e pensa che non potrà più fare a meno della manicure.

Quella stessa questa mattina si è alzata e ha esclamato: "Cazzo mi si è scheggiato il mignolo!" e si è messa a canticchiare "Fuck you very much" con la disinvoltura di una sedicenne.

Poi però, visto che mi è simpatica ma è anche un po' invadente, con il suo carico di sacchetti dello shopping, trucchi e lime per le unghie, l'ho messa a passare l'aspirapolvere e lavare il bagno.

Se aguzzo un attimo l'orecchio la sento ancora canticchiare.
Ma le voglio bene lo stesso.



06 novembre 2009

Lost in FriendFeed (for a week)

Cercare gli amici, farsi trovare dagli sconosciuti, iscriversi, commentare, apprezzare, leggere, seguire i consigli, non seguirli. Guardare la TV senza guardarla, Belpietro e i trans a Matrix, Povia da Vespa, perdersi X factor, simpatici e antipatici, fighi e sfigati, bloggers e non, bloggers che non lo erano, Luca Bizzari vestito da scarafaggio, nomi storpiati, Obama in posa.
In tutto questo i crocifissi restano nelle aule di scuola e Di pietro ci racconta la sua versione della vita di Gesù.

E se fossi veramente 2.0 vi metterei anche tutti i link al posto giusto.
Ma sono pigra.
Quindi no.

Tranne questo qui (ma c'è conflitto di interessi).

01 novembre 2009

Buonanotte Alda

Il mio passato
di Alda Merini
Spesso ripeto sottovoce
che si deve vivere di ricordi solo
quando mi sono rimasti pochi giorni.
Quello che e’ passato
e’ come se non ci fosse mai stato.
Il passato e’ un laccio che
stringe la gola alla mia mente
e toglie energie per affrontare il mio presente.
Il passato e’ solo fumo
di chi non ha vissuto.
Quello che ho gia’ visto
non conta piu’ niente.
Il passato ed il futuro
non sono realta’ ma solo effimere illusioni.
Devo liberarmi del tempo
e vivere il presente giacche’ non esiste altro tempo
che questo meraviglioso istante.

30 ottobre 2009

Accept the mistery (la via dei fratelli Coen alla verità?)



“Accept the mistery”.
Questa frase rappresenta una delle possibili sintesi dell’ultimo impeccabile film dei fratelli Coen “ A serious man”.

Ed è sorprendente perché viene pronunciata dal personaggio sbagliato nel momento e nel contesto meno opportuni, tanto che si rischia di non coglierne il valore.

Midwest – 1967.
Larry Gopnik è un uomo come tanti, con una vita normale e regolare, una moglie, due figli, un lavoro da professore che sembra piacergli, e come può succedere a tanti passa un periodo in cui ogni cosa nella sua vita sembra andare in pezzi.
E’ un uomo come tanti le cui sicurezze vacillano tutte insieme.
E’ un uomo che cerca di essere “a serious man”, ma la vita non glielo consente, drammaticamente ridicola come può essere.

La moglie gli annuncia di volere il divorzio per risposarsi con un altro uomo (l’inspiegabile – non mi viene in mente un altro aggettivo - Sy Ableman) e finisce col mandarlo via dalla sua stessa casa per vivere in un motel, il suo vicino di casa lo ignora in un modo arrogante ed inquietante, la sua carriera universitaria sembra essere messa in discussione da misteriose lettere diffamatorie, uno studente sud coreano scontento lo mette in una situazione molto difficile dal punto di vista etico, suo fratello (una specie di incomprensibile genio dell’astrofisica e della matematica) non fa che dargli dei gratta capi, i suoi figli adolescenti sono preoccupati solo delle loro piccole miserie e lui osserva disperato e disarmato il suo mondo andare in pezzi senza aspettarselo, senza capirne il perché, senza riuscire a reagire (e soprattutto, senza “aver fatto niente”).

Da bravo ebreo praticante (pur essendo uno scienziato) cerca aiuto e rifugio nella fede, o meglio, nella saggezza di chi più di lui dovrebbe conoscere le cose della vita e saperne interpretare il significato e chiede il consiglio del rabbino.

Ma la verità, che in fondo tutti noi conosciamo – che siamo credenti o no – è che non c’è una verità, che non esistono le risposte a quelle domande.
La risposta è che non c’è risposta, che bisogna “accettare il mistero”, capire che non c’è spiegazione al perché la vita può essere (e spesso è) crudele, dolorosa e drammaticamente disordinata.
La vera saggezza forse tutta qui, nel lasciarsi andare ad accettare il mistero.

O forse no.

L’altro leit motiv del film* è proprio il continuo giustificarsi e difendersi (o anche solo “descriversi”) dicendo “non ho fatto niente”, quasi come se questo rendesse immuni dai problemi.
E invece non è così, il matrimonio finisce lo stesso, quelli del club del disco vogliono comunque essere pagati, le valutazioni per l’assegnazione delle cattedre vengono comunque svolte, i poliziotti ti arrestano lo stesso.
Anzi forse il “non fare niente”, l’apatia fatalista, potrebbe essere la più grande colpa (in questo il prologo potrebbe rappresentare una chiave di lettura importante).

Ancora una volta non c’è una risposta.

Tutto questo è però raccontato in puro stile Coen.
Grande recitazione, mai sopra le righe, ma incisiva.
Personaggi contemporaneamente grotteschi ma del tutto realistici (Sy nella sua lentezza, nella sua bruttezza, nella sua noia).
Situazioni buffe e commoventi (ad esempio la scena del bar mitzvah del figlio), surreali e plausibili (la conversazione con il padre dell’allievo).
Simbolismi più o meno evidenti (evocati, ma apparentemente mai “seriamente”).
Forse uno dei loro film più riusciti, nella sua (apparente) semplicità.

E quando tutto sembra cominciare a risolversi per il meglio…

Non aggiungo altro, se non che sarà nei cinema italiani dal 4 dicembre e il consiglio di non perderlo.



*menzione speciale al mio amico Mago per avermelo fatto notare già a “caldo” appena finito il film (tra l’altro devo a lui l’aver saputo dell’opportunità di vedere il film in anteprima grazie a degli inviti messi a disposizione dalla Fnac).

Fabbriche che chiudono anche alla radio (Tarek in cassa integrazione)



Chi segue un po' questo blog lo sa.
Tra le mie passionacce c'è da sempre stata la radio.
Periodicamente torno a parlarne, ma oggi devo farlo con un po' di tristezza nel cuore.
Quella tristezza che viene dalla percezione di un impoverimento, di una perdita di posizioni guadagnate faticosamente, di un arretramento di fronte all'innovazione e alla creatività, che nella radio sono tutto (e non solo nel mio modesto parere di ascoltatrice).
Quella sensazione da cui nasce l'amara consapevolezza che certi meccanismi che ingenuamente credevo radicati in modo meno tenace e pervasivo alla radio rispetto alla televisione.

Che cosa mi fa dire tutto questo?

Due notizie apprese di recente.

La prima darebbe per in uscita dal palinsesto di radio2 l'ormai quasi storica trasmissione Condor diretta da Luca Sofri e Matteo Bordone. Ammetto di non aver mai molto seguito la trasmissione, i due conduttori li conosco più come blogger (miei pochi fedeli lettori, devo aggiungere qualcosa sulla mia adorazione, anzi direi "venerazione", per Bordone? No, ecco, direi di no, vi ho massacrato già a sufficienza con le mie sbrodolate su di lui, il suo blog, la tendenziale identità di vedute su un sacco di temi etc.) e ascoltavo più Dispenser quando lo conduceva Bordone (e l'avvento dell' era del podcast ha cambiato poco da questo punto di vista).
Ma in ogni caso, per quello che conosco della programmazione di Radio2 è innegabile che Condor rappresentasse una piccola anomalia, un tentativo di uscire un po' dal semplice intrattenimento e di conquistare un target diverso da quello delle radio commerciali e al contempo anche diverso da quello delle altre trasmissioni storiche di radio2 (blackout per esempio…).
Ecco, quel modo di fare radio "diverso" (che qualcuno potrà trovare snob, fighetto, finto-alternativo… ma che catturava un'esigenza del pubblico, dato il seguito che ha raccolto) apparentemente non è valutato tale dai (nuovi…) vertici rai.

La seconda notizia è la chiusura de "La Fabbrica di Polli", un gioiello radiofonico ormai giunto alla quarta edizione, prodotto e realizzato dall'Istituto Barlumen e trasmessa sulle frequenze di radio3 fino allo scorso giugno.
Farà probabilmente meno scalpore ma è secondo me più grave e più triste.
Più grave e più triste perché riguarda l'Istituto Barlumen (anche in questo caso, è necessario che ribadisca la mia sconfinata ammirazione per il loro lavoro? Rileggetevi un paio di cose che ho scritto su di loro: 1 e 2) e anche e soprattutto perchè riguarda radio3, che io ho sempre considerato una radio che osava, facendo cultura, cercando continuamente di trovare una difficilissima mediazione tra approfondimento, intrattenimento, divulgazione e informazione.

Una rete che, almeno fino a qualche tempo fa, dava la sensazione di inseguire una sua originale forma di eccellenza e che difficoltosamente provava a trovare il modo di non arretrare di fronte a sfide difficili e a modernizzare il modo di fare radio.
Radio3 è la rete in cui si fa il Teatro alla Radio, in cui la Barcaccia, una trasmissione (a suo modo folle e geniale) per veri feticisti dell'Opera lirica va avanti da anni ad un orario di punta (intorno all'ora di pranzo), è la rete che dedica ogni giorno ore del proprio palinsesto al'informazione internazionale (radio3mondo non ha nulla da invidiare quanto ad accuratezza ed approfondimento alle radio di informazione estere), in cui si parla di religioni (tutte), di politica, di letteratura, di musica (tutta, svecchiandosi dai tabù e dalle classificazioni, più di quanto non si creda).
Per me, che sono pigra e che ho bisogno che gli stimoli mi arrivino nel modo "giusto", radio3 è sempre stata una rete dalla quale imparare.

Quando l'Istituto Barlumen (alias Gaetano Cappa e Marco Drago) è sbarcato con la sua follia ricercata e intelligente su Radio3, per me allora "giovane ascoltatrice" (se non vado errato si parla del 2000 o del 2001) in cerca di qualcosa che la "scuotesse" è, in un certo senso, cambiato il modo di vivere la radio, e sono sicura di non essere la sola ad averla vissuta così.
Non sono solo l'innegabile "affetto" della fan e il legame, in parte anche personale, instauratosi nel tempo con Barlumen a farmi parlare, ma il suo oggettivo valore.
Quelle trasmissioni, tutte quante, hanno creato un "mondo" che non esisteva e l'hanno reso "reale", plausibile perfino negli aspetti più paradossali (un esempio: la storia di Leon Country) e familiare per tutti i loro ascoltatori e incredibilmente ricco, con i suoi luoghi, i suoi personaggi, e tutti elementi che lo popolano.
Sempre sul confine tra il reale e l'immaginario, tra la narrazione, la metafora e la burla, sono state e sono tutt'ora trasmissioni innovative che non hanno, che io sappia, alcun analogo nel panorama radiofonico (e anche televisivo direi) italiano.
E tutto questo "solo" con l'uso delle parole (testi al contempo divertentissimi e intelligenti), della musica (scelta in modo mai banale e che assume un ruolo da protagonista e mai da riempitivo) e dei suoni (usati in modo sempre insolito, attento, anche dissacrante) .

Vedere uscire (solo temporaneamente, si spera) questo seme di grande creatività e di originalità senza compromessi, dal palinsesto di radio3, proprio dove aveva maggiormente trovato spazio e modo di esprimersi, significa assistere ad un passo indietro che rattrista, una perdita di coraggio, una battuta d'arresto di un processo di innovazione che, specie dove si fa cultura, non dovrebbe fermarsi mai, una mano di grigio dove prima c'era il colore.

E così, fedele alla sua natura, anche nel chudere, la Fabbrica di Polli mantiene il suo carico di simbolismo.
Il segno di una crisi forse più grave di quella economica, una crisi di idee, di coraggio, di fantasia.

21 ottobre 2009

Analfabetismo emotivo di ritorno




Ci sono cose che a scuola non insegnano e presto o tardi tutti si accorgono che sono indispensabili, quanto saper leggere e scrivere e far di conto.

Ci sono cose che molti non imparano mai restando per sempre inadatti a vivere, senza gli strumenti per capire gli altri e sè stessi, disarmati di fronte al mondo.
Ci sono cose che solo crescendo si riescono ad imparare.
Nel frattempo sono solo bocciature, una dietro l'altra, finchè la lezione non è appresa.

A volte vorrei solo smettere di essere un'irrecuperabile ripetente.

15 ottobre 2009

Altro che Sex&The City

More about Broderies


L'Association è una casa editrice che pubblica in Francia fumetti bellissimi e un po' "alternativi", una specie di "Coconino Press" Francese.
Tra gli altri l'Association pubblica tutte le graphic novel di Marjane Satrapi (quella di Persepolis).
Girellando in una fumetteria vicino alla Sorbonne mi è caduto in mano questo "Broderies" che è un agile volumetto con il quale la Satrapi torna all'autobiografismo di Persepolis per concentrarsi su un tema in particolare, quello del rapporto tra le donne iraniane, il sesso e le convenzioni sociali.
Alla fine del pranzo le donne della famiglia si riuniscono attorno ad una tazza di tè e parlano, e si raccontano storie di donne, vicende di vita vissuta o sentita raccontare. Ne viene fuori un quadro quasi sorprendente, fatto di una notevole consapevolezza e disinvoltura nel parlare di certi argomenti, ma anche un mondo in cui le convenzioni sociali, culturali e religiose sono ancora molto radicate, in cui le donne non solo non sono libere di vivere la propria vita sentimentale e sessuale come quella di un uomo, ma non riescono spesso a liberarsi da quelle convinzioni (la perdita della verginità prima del matrimonio, essere divorziata etc.).
Ma le donne che racconta Marjane Satrapi sono per lo più donne forti e consapevoli, ancor più forti e indipendenti perchè hanno dovuto lottare per acquisire quella consapevolezza e coscienza di sè più di qualsiasi sgallettata pseudotrasgressiva di Manhattan la cui maggiore presa di coscienza è consistita nell'ordinare un Cosmopolitan e fingere di non sognare il principe azzurro e il matrimonio delle favole.
Broderies, il titolo, ha un significato molteplice.
"Broderies" sono i ricami, le decorazioni e possiamo vedere come tali le chiacchiere e le storie che passano da un personaggio all'altro come una specie di ricamo orale, fatto di confidenze, pettegolezzi, consigli.
Ma con "broderie" si intende anche l'operazione a cui alcune ragazze iraniane si sottopongono per riavere la verginità perduta e potersi quindi sposare senza rischi.
Un segno dei tempi che cambiano ma non abbastanza e dell'ipocrisia che certe convinzioni si portano dietro.
Bello, divertente, appassionante, molto al femminile, ma nel modo che piace a me, non forzosamente femminista.

14 ottobre 2009

...e io non ho niente da mettermi

Domani c'è il Blog Action Day sul cambiamento climatico, e non ho ancora pensato a cosa scrivere!